• Dossier: Diritti di partecipazione dei cittadini nei comuni – Gli strumenti di democrazia diretta e partecipativa da introdurre negli statuti comunali

    9 Febbraio 2015 // Nessun commento »

    di Paolo Michelotto

    Diritti di partecipazione negli statuti comunali

    in questo dossier “Diritti di partecipazione dei cittadini nei comuni”, Thomas Benedikter ed io abbiamo cercato in maniera molto schematica di elencare tutti gli strumenti di democrazia diretta e partecipativa che dovrebbero essere introdotti negli statuti dei comuni per renderli pienamente democratici. Non utopie, ma esempi concreti presi da altre parti del mondo o d’Italia.

    Questo fascicolo di 28 pagine può servire a tutti coloro, cittadini, consiglieri ed amministratori, vogliono introdurre questi strumenti nel loro comune. Può essere come un vademecum a cui fare riferimento.

    Speriamo anche possa servire per la prossima “La Giornata della democrazia” di Vignola (MO) del 1 marzo 2015 e per tutti i 333 comuni del trentino alto adige, che grazie a una nuova legge regionale approvata nel dicembre 2014 su proposta del m5s regionale, dovranno aggiornare i loro statuti comunali, mettendo quorum più basso, numero firme più basse per iniziare i referendum, e nuovi tipi di referendum come quello confermativo statutario. Visto che tutti devono obbligatoriamente mettere mano ai loro statuti entro 12 mesi dall’entrata in vigore della legge regionale, cioè entro dicembre 2015, magari qualche amministrazione più lungimirante, può accogliere anche qualcuna delle nostre proposte, o meglio ancora, consultare i loro cittadini e chiedere loro cosa come vorrebbero modificare lo statuto.

    Inoltre viene per la prima volta proposto il referendum consultivo statutario e referendum consultivo revocatorio. Sono due temi su cui è impossibile utilizzare il referendum tradizionale, poichè ciò non è permesso dalla Testo Unico Enti Locali n° 267 (TUEL). Ma qui abbiamo proposto un escamotage che permette ai cittadini di votare sull’argomento, lasciando però la decisione finale all’amministrazione come previsto dal TUEL. Ma ne parlerò più ampiamente in un successivo post.

    Nel link qui sotto puoi scaricare gratis il dossier in formato PDF (e quindi stampabile a piacere):

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    diritti di partecipazione dei cittadini nei comuni - dossier degli strumenti di democrazia diretta e partecipativa da introdurre negli statuti comunali (4663)

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    Postato in democrazia diretta, partecipazione, quorum, revoca degli eletti

    Nuova edizione digitale scaricabile gratuitamente di Più potere ai cittadini – Introduzione alla Democrazia Diretta e ai Diritti Referendari

    5 Settembre 2014 // 1 Commento »

    di Paolo Michelotto

    Cover Piu potere ai cittadini

    l’amico Thomas Benedikter ha realizzato la versione digitale in PDF del libro che aveva pubblicato nel 2008 “Democrazia Diretta”.

    Il titolo della nuova versione del 2014 è “Più potere ai cittadini – Introduzione alla Democrazia Diretta e ai Diritti Referendari”.

    Riporto molto volentieri la sua presentazione.  Il libro è scaricabile gratis qui sotto cliccando sul titolo:

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    Uscita nuova edizione di “Più potere ai cittadini – Introduzione alla democrazia diretta e ai diritti referendari” di Thomas Benedikter

    In tutti i continenti e a tutti i livelli governativi si può osservare la richiesta della popolazione di avere più voce in capitolo nelle decisioni politiche attraverso gli strumenti della democrazia diretta. Ma in Italia – stando agli emendamenti che il Governo Renzi sta apportando in questi giorni alla Costituzione – questo messaggio non sembra ancora essere stato recepito, tant’è vero che la maggioranza non fa altro che aumentare le firme richieste per un referendum abrogativo da 500.000 a 800.000 offrendo come contropartita l’abbassamento del quorum dal 50%+1 al 50%+1 dei votanti alle ultime elezioni politiche. L’ampliamento dei diritti referendari, come proposto dal gruppo “Quorumzero” con la sua proposta di legge di iniziativa popolare dell’estate 2012, non sembra ancora avere attecchito il valore e la necessità di uno strumentario completo di diritti referendari e di buone regole di applicazione partendo dalla cancellazione del quorum.

    In Italia tuttora regna un concetto limitativo della democrazia diretta, che non conosce il referendum propositivo e il referendum confermativo a livello nazionale (tranne per le leggi costituzionali non approvate con una maggioranza di due terzi). Per questo motivo ben vengano pubblicazioni che possano creare più conoscenza sulla valenza dei diritti referendari in generale. Il volume di Thomas Benedikter nella sua seconda edizione offre un’ottica ampia sulla gamma completa della democrazia diretta, partendo dagli intenti di fondo dei diritti referendari e dall’esperienza raccolta in Svizzera ed in Ticino in particolare. Si sofferma sulle innovazioni adottate dalle Regioni a statuto speciale d’Italia e, traendo lezioni dalle esperienze italiane di 40 anni di referendum abrogativo, presenta le linee guida di una possibile riforma dei diritti referendari partendo dalla proposta di legge costituzionale popolare Quorumzero.

    “Un ottimo strumento di conoscenza e analisi comparativa”, afferma in merito a questo volume Marco Boato, già deputato e senatore, docente e giornalista, “informazione e orientamento non solo per l’opinione pubblica più avvertita, ma anche per i futuri legislatori e futuri (se ci saranno) “costituenti” o meglio revisori della Costituzione. Non un pamphlet predicatorio, ma un’opera rigorosa e organica, che affronta i problemi della democrazia diretta in tutti i loro aspetti nazionali e internazionali, giuridici e politici, procedurali e sostanziali.”

    Thomas Benedikter (2014), Più potere ai cittadini – Introduzione alla democrazia diretta e ai diritti referendari, Ed. POLITiS, Bolzano, 231 pagine. Il volume è liberamente scaricabile dai siti www.paolomichelotto.it e www.politis.it

    Postato in democrazia diretta

    Il libro “Il Bilancio Partecipativo” di Thomas Benedikter è disponibile online gratis

    6 Maggio 2014 // Nessun commento »

    di Paolo Michelotto

    il bilancio partecipativo thomas benedikter

    l’amico Thomas ha deciso di trasformare il suo libro cartaceo “Il Bilancio Partecipativo – Decidere sulle finanze del proprio comune – Un’introduzione” (scritto in Italiano, per chi fosse interessato esiste anche la versione in lingua tedesca) in formato digitale e lo ha reso disponibile gratuitamente.

    È un libro molto utile ed interessante per chi vuole iniziare ad approfondire la tematica del Bilancio Partecipativo.

    Buona lettura.

    Clicca qui sotto per scaricarti gratuitamente il libro!

    Il bilancio partecipativo (4159)

    Clicca qui sopra per scaricarti gratuitamente il libro!

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    Il bilancio partecipativo – Una nuova pubblicazione di Thomas Benedikter

    3 Novembre 2013 // Nessun commento »

    di Paolo Michelotto,

    il bilancio partecipativo thomas benedikter

    pubblico molto volentieri la presentazione della nuova pubblicazione di Thomas Benedikter “Il Bilancio Partecipativo”. È un libro recentissimo di cui l’autore ha regalato 200 copie che sono state distribuite tra i cittadini di Parma il 29 settembre 2013 (insieme al libro “Vivere meglio con Più Democrazia”). Per chi fosse interessato, è disponibile in 2 lingue, italiano e tedesco e alla fine del post è descritto come averlo.

    Come decidere da semplici cittadini sulle finanze del proprio Comune?

    Il bilancio partecipativo

    Una nuova pubblicazione di Thomas Benedikter

    Di regola i cittadini in Italia, in base alla Costituzione (art.75, 2), non hanno nessun diritto di partecipazione diretta all’elaborazione dei bilanci degli enti pubblici e delle leggi tributarie. Perciò non possono influire direttamente sulle spese pubbliche. Dall’altra parte in altri paesi e in una trentina di Comuni italiani da tanti anni si pratica un metodo moderno ed efficace per dare voce e peso ai cittadini nelle decisioni finanziarie del proprio Comune. Nato in Brasile e Nuova Zelanda, è però già in uso in centinaia di comuni europei. È conosciuto l’esempio della cittadina di Grottammare nelle Marche, ma ci sono anche grandi città come Siviglia, Cordova, Bradford e Darmstadt nonché alcuni quartieri di Berlino (Lichtenberg), Parigi e Roma ad applicare forme del bilancio partecipativo.

    Il bilancio partecipativo non è un semplice referendum o un’inchiesta demoscopica, ma un tipo di consultazione popolare permanente, ben strutturata, atta a garantire il controllo diretto dei cittadini almeno su una parte del bilancio di previsione comunale. Di regola ad un bilancio partecipativo viene sottoposto non tutto il bilancio di previsione di un Comune, ma una parte delle spese previste per investimenti dell’anno successivo. Questa procedura offre ai cittadini informazioni più precise sul bilancio e permette di sviluppare e proporre le proprie proposte di spesa, che saranno discusse in assemblee civiche a due turni per essere, alla fine, trasmesse al Consiglio comunale per la decisione finale.

    Ma a cosa serve un bilancio partecipativo se i Comuni devono subire continui tagli alle loro entrate? Queste forme di democrazia dal basso, non comportano forse nuove spese di gestione invece di far respirare le casse comunali? Un altro interrogativo sorge spontaneo: s’intenderà mai il cittadino medio sufficientemente di bilancio pubblico quando gli stessi consiglieri comunali si dimostrano spesso poco competenti in materia? Le esperienze raccolte col bilancio partecipativo affermano il contrario. I cittadini non solo riescono ad articolare una vasta gamma di proposte e progetti fattibili e finanziabili, ma possono anche indicare possibilità di risparmio e di spesa pubblica più intelligente. Inoltre, con un bilancio partecipativo l’amministrazione si obbliga anche di spiegare meglio il suo bilancio e le sue strategie di investimento. Infine importantissimo il suo effetto per la democrazia, cioè il Comune nelle sue scelte finanziarie è tenuto ad orientarsi maggiormente secondo le preferenze espresse dai cittadini.

    Una nuova pubblicazione, composta da Thomas Benedikter e edita dalla cooperativa POLITiS illustra concisamente ragioni, obiettivi, metodi e procedure delle varie tipologie di bilanci partecipativi attualmente in uso. Si presentano esperienze raccolte in Italia e all’estero e si propone un modello adatto alle esigenze e alle problematiche dei Comuni della nostra provincia. Più partecipazione diretta dei cittadini alla vita pubblica è possibile: ci sono già validi modelli e esperienze da seguire. “Sono convinto”, afferma l’autore, “che il bilancio partecipativo potrà rappresentare uno strumento efficace per rendere la democrazia nei comuni più viva e partecipata.”

    La pubblicazione può essere ordinata presso la cooperativa sociale POLITiS Onlus, Bolzano, Tel. 0471 973124, info@politis.it (prezzo 6.- Euro incluse le spese postali).

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    La democrazia diretta in Islanda si ferma a metà strada

    3 Giugno 2013 // Nessun commento »

    di Paolo Michelotto

    pubblico molto volentieri qui l’articolo di Thomas Benedikter sull’incontro sulla Democrazia in Islanda che si è tenuto a Bolzano alcuni giorni fa.

    islanda

    islanda

    Conferenza a Bolzano con la presidente del Consiglio costituzionale

    La democrazia diretta in Islanda si ferma a metà strada

    Due eventi marcano gli ultimi sviluppi della democrazia islandese: il 28 marzo, nella sua ultima seduta, l’Allthingi, il Parlamento uscente, approva una nuova procedura per modificare la Costituzione. In futuro, se il paese intende emendare la sua carta costituzionale avrà la scelta fra il modo tradizionale (maggioranza semplice del parlamento, poi elezioni, e conferma o meno della modifica da parte del nuovo parlamento) oppure un nuovo iter: una modifica della Costituzione potrà entrare in vigore se approvato dalla maggioranza di due terzi dell’Allthingi e successivamente approvato dal 40% degli elettori in un referendum. Senza dubbi questa regola renderà molto difficile ogni riforma alla Costituzione. Un metodo piuttosto lontano da quello svizzero, in cui la maggioranza dei votanti e del Consiglio dei Cantoni basta per modificare la Costituzione, naturalmente senza quorum.

    Un secondo contraccolpo arriva il 27 aprile 2013. Alle elezioni del parlamento gli islandesi assegnano il 51% dei voti al partito di centro-destra (Partito dell’Indipendenza) e al Partito progressista (liberali), entrambi veri responsabili della politica neoliberista che aveva portato alla crisi finanziaria del 2008 nonché avversari del processo costituzionale partecipativo “crowd sourcing”, ammirato da movimenti per più democrazia europei. Sembra un risultato in contraddizione stridente con il referendum del 20-10-2012 in cui gli islandesi, con una maggioranza dei due terzi approvarono la Costituzione uscita dal Consiglio costituzionale eletto dal popolo. “In Islanda non è solo questo processo costituzionale a preoccupare la gente,” afferma Sölver Nordal, presidente del Consiglio costituzionale, in collegamento diretto in una conferenza sull’ “Islanda coraggiosa” a Bolzano il 31 maggio, organizzato dalla Fondazione per il coraggio civile e l’Iniziativa più democrazia, “pesano tanti altri fattori come la politica fiscale del governo rosso-verde, l’imminente domanda di adesione alla UE che tanti non vogliono. Cosí le vecchie cordate politiche hanno riguadagnato terreno.”

    Ad un tratto la politica di questo piccolo popolo nordico appare molto più complesso e la sua scelta di cambiare pagina dandosi un sistema politico con forti diritti di controllo e iniziativa dei cittadini appare un mito quasi sfatato. Tanti giornalisti, ATTAC e movimenti per più democrazia furono entusiasti della “rivoluzione partecipativa” dell’Islanda, ma visto da vicino, il processo di democratizzazione è più lento e contraddittorio, afferma lo specialista Beat Kissling, il relatore della conferenza di Bolzano. In due referendum gli islandesi avevano respinto gli accordi del loro Governo per ripagare i debiti alle banche creditori in Gran Bretagna e Olanda. Poi nel 2011 avevano innescato un percorso molto innovativo per rifare la propria Costituzione. Dal giro di 522 candidati 25 furono eletti a comporre un Consiglio costituzionale, presieduto dalla signora Nordal, che con intenso coinvolgimento dei cittadini in soli 4 mesi elaborò una nuova Costituzione con un rafforzamento dei poteri dei cittadini.

    Salvör Nordal

    Salvör Nordal

    Se questa nuova Costituzione, come afferma Sölver Nordal, poteva apparire molto “inclusiva” e “partecipativa”, a ben vedere non raggiunge uno standard esemplare a livello internazionale per quanto riguarda i diritti referendari. L’Islanda ha introdotto il referendum confermativo (art. 65) contro norme approvate dal Parlamento e il referendum propositivo (art.66). Il Parlamento in questo caso ha il diritto di presentare una controproposta alla votazione referendaria. Ma non solo il numero di firme è molto alto (10% degli aventi diritto al voto), ma spetta al Parlamento stesso decidere se il voto popolare sia vincolante o meno. Poi, stranamente, gli islandesi non si sono dati il diritto al referendum costituzionale, lasciando al Parlamento l’ultima parola sulla nuova Costituzione e sui futuri emendamenti. Una mancanza di coerenza?

    Infatti, l’Islanda nel 2009 ha costretto la vecchia maggioranza conservatore-liberale e lasciare il governo, sostituendolo con un governo dei socialdemocratici insieme ai verdi. Dopo la “kitchenware-revolution” del 2009 nel 2010 e nel 2011 fu questo governo a chiamare alla riforma partecipativa della Costituzione (crowd-sourcing-reform), mentre fu il Presidente ad indire due referendum confermativi sui progetti governativi per l’ICESAVE, il salvataggio delle banche e il risanamento del debito pubblico. Proprio questi due partiti sono stati puniti nell’aprile del 2013, riportando alla carica i conservatori e liberali. Ora l’Islanda neanche sa se il nuovo Parlamento approverà la Costituzione voluta dal popolo nel referendum del 20 ottobre 2012, perché quel voto non fu vincolante e definitivo. Non a caso un noto politico a Reykjavik affermò: “Talvolta tanti europei ci considerano un paese molto più democratico di quanto riusciamo ad essere in realtà.”

    Thomas Benedikter

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    La Sardegna verso un’ “Assemblea Costituente”?

    13 Aprile 2012 // Nessun commento »

    di Paolo Michelotto

    riporto l’interessante articolo che l’amico Thomas Benedikter mi ha inviato riguardo i prossimi referendum in Sardegna.

    referendum-sardegna

    Il 10 giugno i sardi votano su 10 quesiti referendari

    La Sardegna verso un’ “Assemblea Costituente”?

    Dopo la tornata referendaria del giugno 2011, in cui i sardi votarono anche su quesiti regionali, il 10 giugno 2012 per la Sardegna sarà un’altra giornata di democrazia diretta. Gli elettori dell’isola sono chiamati ad esprimersi su ben dieci quesiti referendari, sia in forma abrogativa sia in modo consultivo. I quesiti proposti, per i quali sono state raccolte 30.000 firme, rappresentano una possibilità di riscatto per i sardi: l’abolizione di nuove province ritenute inutili fonti di spreco e burocrazia, l’abolizione dei consigli di amministrazione di alcuni enti regionali, l’abrogazione della legge regionale che stabilisce l’indennità e lo status dei consiglieri regionali, l’istituzione delle votazioni primarie nella scelta dei candidati per la presidenza della Regione autonoma e – dulcis in fundo – la creazione della base giuridica per l’elezione dell’assemblea costituente regionale. Quest’assemblea verrebbe incaricata di riscrivere lo statuto speciale della regione Sardegna. Quindi non solo un freno alla proliferazione di enti pubblici con le relative poltrone e carrozzoni, ma anche un tentativo di riforma delle regole della democrazia sull’isola, promossa dal basso. L’idea dell’elezione di un’assemblea costituente per riformare lo stesso statuto speciale, una novità dirompente e illuminante nello sviluppo delle regioni d’Italia in generale. Ricalcando il modo classico di elaborare costituzioni, ultimamente seguito dall’Islanda e in modo meno perfetto – perché senza elezioni da parte dei cittadini – dall’Unione europea con il Convento europeo del 2003-05, i sardi potrebbero aprire una strada innovativa e più democratica per organizzare la democrazia e il funzionamento della loro Regione speciale. Anziché lasciare la definizione dello Statuto, giustamente considerato una specie di costituzione regionale, ad una piccola cerchia di persone dei vertici dei partiti fra Cagliari e Roma, tutto il processo di costituente sarebbe rimesso a delegati direttamente legittimati dalla popolazione sarda, da svolgersi in modo pubblico e trasparente, coinvolgendo i cittadini nel dibattito sulla futura istituzione “Regione autonoma”. Naturalmente per completare il carattere democratico di questo “constitution making process” ci vorrebbe il referendum confermativo sul testo dello statuto elaborato dall’Assemblea costituente, sulla falsariga di quanto avviene nelle Comunità autonoma della Spagna. Purtroppo, finora mancano i presupposti giuridici per tali votazioni, come pure anche in Sardegna mancano gli strumenti essenziali per una partecipazione dei cittadini più incisiva: il referendum confermativo per le leggi e gli atti amministrativi regionali di grande portata, l’iniziativa popolare a votazione popolare, l’iniziativa statutaria diretta che consentirebbe ai cittadini sardi di modificare singole norme del loro Statuto regionale. Infine, come nel resto d’Italia, l’efficacia dei diritti referendari è condizionata dal quorum di partecipazione che in Sardegna è collocato al 33%. A questo punto è quasi d’obbligo la scelta dei prossimi quesiti referendari, da indire per il giugno 2013: l’abrogazione della legge regionale sarda sui referendum, troppo restrittiva, l’abolizione del quorum, l’introduzione degli strumenti più importanti di democrazia diretta. Speriamo che la voglia dei sardi di più partecipazione sia di ampio e lungo respiro.

    Thomas Benedikter, Bolzano

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    Una finanza pubblica più sana dando più potere ai cittadini

    17 Novembre 2011 // 2 Commenti »

    di Paolo Michelotto

    ricevo dall’amico Thomas Benedikter, condivido integralmente e molto volentieri pubblico.

    debito pubblico

    Una finanza pubblica più sana dando più potere ai cittadini

    L’argomento che attualmente domina il dibattito politico è la crisi di alcuni membri dell’Eurozona, dovuto ad un debito pubblico eccessivo, che mette in ballo la stabilità e la sostenibilità stessa della moneta unica europea. L’Italia è tornata a quota 120% di debito pubblico totale sul PIL, quasi uguagliando la quota della fine del 1994, dopo il breve primo governo Berlusconi (122%). Forse la storia si sta ripetendo. La politica dell’indebitamento è iniziata con la 1a Repubblica, che fino al 1992 aveva accumulato già il 98% di debito sul PIL. È poi allegramente proseguita con la 2a Repubblica, frenata dai governi Prodi, accelerata dai governi Berlusconi. Questa corsa all’indebitamento si consuma con il consenso tacito dei cittadini, che eleggono i partiti di loro fiducia. D’altronde, dalla politica economica e soprattutto dalla finanza pubblica i cittadini sono esclusi da ogni coinvolgimento diretto, tant’è vero che la Costituzione non consente referendum in materia tributaria. Alla luce degli ultimi sviluppi un provvedimento giustificato?

    L’indebitamento pubblico è un dato di fondo che pesa sulla nostra economia e incide nel portafoglio dei contribuenti. Benché fossero i contribuenti – o quelli odierni o quelli futuri – a pagare il conto finale, non sono ammessi ad esprimere la loro opinione specifica sulle decisioni di finanza pubblica. Anzi è uno degli spauracchi principali sbandierato quando si discute di rafforzare i diritti referendari dei cittadini, e cioè che i cittadini non debbano essere coinvolti nelle decisioni finanziarie e tributarie. In generale si paventa il rischio che più democrazia ridurrebbe la governabilità, e i cittadini, a differenza dei politici responsabili del bene comune, sarebbero sempre tentati a tagliarsi le imposte. I fatti confermano l’opposto: in Italia la materia fiscale e tributaria è totalmente esclusa dai referendum, i cittadini non hanno voce in capitolo di bilancio pubblico a nessun livello di governo. Lo Stato oggi è superindebitato perché lo hanno voluto i partiti di governo. Anche negli altri paese dell’UE, in cui l’Euro oggi è a rischio a causa del debito pubblico – la Spagna, il Portogallo, la Grecia – non si sono mai svolti referendum nazionali su questi argomenti e sulla spesa pubblica in generale. È l’esclusione dei cittadini da tutte le decisioni sulla politica finanziaria ad avere favorito il superindebitamento. Anziché chiedere il parere dei cittadini per via di un plebiscito – un referendum deciso dall’alto – sul programma di risparmio imposto dall’UE, quindi con la pistola puntata alla tempia, il governo Papandreou e i governi greci precedenti avrebbero fatto meglio di coinvolgere i cittadini già prima sulle grandi decisioni di politica economica, che dopo si sono trasformati in gravissime ipoteche per il bilancio nazionale e l’economia greca.

    Dall’altra parte ci sono paesi in cui i cittadini sono titolari del diritto di intervenire anche nella politica finanziaria e fiscale. In Svizzera i cittadini col referendum confermativo hanno il diritto di veto quando ritengono che i politici esagerano col prelievo fiscale o con la spesa pubblica, addossando troppi debiti sui bilanci pubblici, e quindi addossando troppi oneri sulle spalle dei futuri contribuenti, delle generazioni giovani. Con l’iniziativa popolare – in Italia di solito definito referendum propositivo – possono portare a votazione le loro proposte per un fisco più equo, per limitare i debiti, per indurre i politici ad una spesa più equa e equilibrata. Quindi da una parte uno strumento di veto, un freno di emergenza; dall’altra parte lo strumento propositivo, cioè l’acceleratore quando la classe politica, i partiti non si muovono. Infine in tanti Cantoni e tantissimi Comuni svizzeri esiste il referendum finanziario. Quando un progetto pubblico supera una predeterminata soglia di spesa obbligatoriamente i cittadini vengono chiamati ad esprimersi per via referendaria.

    Non solo questi diritti popolari, ma anche questi diritti e meccanismi hanno fatto della Svizzera uno dei paesi con minor indebitamento pubblico, con un livello impositivo più basso, con una maggior efficienza dell’amministrazione pubblica e stabilità dell’economia. Ci sono tutta una serie di ricerche non solo in Svizzera, ma anche in California e altri stati federati degli USA che comprovano questa dinamica; cioè dove funzionano bene i meccanismi di democrazia diretta ci sono:

    • meno spese pro capite per l’amministrazione pubblica e un livello contributivo minore

    • una distribuzione dei redditi più equa

    • più responsabilità dei cittadini per il fisco.

    In effetti si registra anche un effetto positivo nella lotta contro l’evasione fiscale. Nei Cantoni dove (continua…)

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    Fino a dove è possibile spingersi con la proposta di legge per togliere il quorum e migliorare gli strumenti di democrazia diretta? La risposta di Thomas Benedikter a Fulvio Rebesani

    9 Luglio 2011 // 1 Commento »

    di Paolo Michelotto

    la domanda è legittima. Fino a dove possiamo spingerci nell’idea di modificare la Costituzione italiana con una legge di iniziativa popolare e quali strumenti di democrazia diretta introdurre? Fulvio Rebesani qualche giorno fa aveva mandato una articolata lettera in cui evidenziava tutti i limiti, secondo lui, facendo la proposta di cosa trattare senza stravolgere il senso della Costituzione.

    Che si può leggere qui (e che riporto anche al termine di questo post).

    Ecco oggi la risposta di Thomas Benedikter alle tesi di Fulvio Rebesani (Benedikter-commento a Rebesani):

    fulvio rebesani thomas benedikter

    Commento alla proposta di Fulvio Rebesani in riferimento alla bozza di proposta di legge di iniziativa sulla democrazia diretta (pdlip-dd)

    Avendo letto le osservazioni assai interessanti di F. Rebesani, mi permetto di commentare quanto segue sotto. Vorrei premettere che ho pieno rispetto del valore della Costituzione – ci mancherebbe altro – ma come tutte le carte redatte da un determinato giro di persone in un determinato momento storico anche questo testo è suscettibile di modifiche maturate nel tempo con il cambiamento della società, dei cittadini, del modo di far politica, delle circostanze politiche generali. In più i padri – furono quasi tutti maschi – della Costituzione ebbero una visione troppo elitaria della politica e troppo limitativa dei diritti di partecipazione di cittadini. Due generazioni più tardi siamo chiamati a ri-equilibrare i poteri attribuiti ai rappresentanti politici da una parte, e ai cittadini sovrani dall’altra, per il bene della democrazia.

    B: Impostazione generale

    Nel caso di questa bozza di pdlip-dd non si tratta di una „proposta eterogenea e incoerente, per mettere dentro quanto più possibile di democrazia diretta“, ma di una revisione organica degli articoli 70-75 e 138 della Costituzione, per istituire più efficacemente la partecipazione popolare nella funzione legislativa all’interno dell’ordinamento dello Stato italiano.

    La bozza pdlip-dd presente equivale all’80% ad un testo già presentato e discusso nella Commissione affari costituzionale del Senato, da parte del Sen. Peterlini e altri otto onorevoli del PD.

    Del resto, tutta una serie di proposte già presentate durante il funzionamento della Bicamerale degli anni 1990 hanno avuto lo stesso approccio, cioè la riforma di tutto questo titolo della Costituzione (sono riportate nel libro „Democrazia diretta – Più potere ai cittadini“, SONDA 2008).

    Se la Corte costituzionale accettasse, come quesito ammissibile a referendum, solo la modifica di un unico articolo della Costituzione, la nostra proposta non avrebbe senso, certo. Ma nel caso di pdlip non valgono le stesse regole applicate al referendum abrogativo, pur rispettando l’unità della materia. Occorre tener presente, infine, la duplice finalità di questa pdlip-dd: far pressione sul Parlamento affinché si occupi seriamente della „Proposta Peterlini“, già sul tavolo della Commissione competente da due anni, nonché quella di sensibilizzare i cittadini sulla necessità di introdurre un sistema organico e ampliato di partecipazione diretta.

    C: aspetti singoli

    1. Condivido l’obiezione che il diritto del Capo dello Stato di promulgare le leggi rimanga intatto. Nella proposta Peterlini questa norma è rimasta invariata (all’art. 75 però).

    2. Infatti, il concetto fondamentale dell’iniziativa popolare è quello di conferire ad un “gruppo minimo di cittadini” (per es 1 milione) il diritto di proporre una nuova norma su cui il Parlamento deve esprimersi. Se non accettasse la proposta popolare, la proposta passa al vaglio popolare, eventualmente accompagnato dalla proposta alternativa della maggioranza del parlamento (cosiddetta “controproposta”).

    3. Improprio dire „referendum legislativo“, perché a livello nazionale si tratta comunque del diritto dei cittadini di esprimersi su delle leggi, o con l’iniziativa popolare (i cittadini propongono) o con il referendum confermativo (i cittadini esprimono un veto su una legge approvata dal Parlamento, non ancora entrata in vigore).

    4. Con tutta questa pdlip-dd non si punta a cambiare la struttura istituzionale, come afferma Rebesani, che mantiene le sue prerogative principali, ma si punta ad integrare le procedure legislative con facoltà attribuite ai cittadini ed applicare concretamente il dettato costituzionale (art. 70) che il popolo partecipa alla funzione legislativa.

    5. Con il nuovo testo dell’art. 138, in piena coerenza con tutto il resto delle innovazioni proposte, effettivamente si tratta di attribuire all’insieme dei cittadini la facoltà di modificare la Costituzione. Fino oggi non solo le leggi costituzionali sono state votate solo dal Parlamento, ma anche la Costituzione stessa non fu mai formalmente approvata dall’insieme dei cittadini in un referendum confermativo, come è il caso in molto altri paesi. Si tratta di attribuire al popolo la sovranità costituzionale (che può però essere limitata a parti della carta costituzionale).

    Quì non si tratta di introdurre una „concorrenza contestuale con il Parlamento“, ma di dotare i cittadini sovrani dell’ultima parola. Il parlamento sono i rappresentanti a tempo limitato delegati dai cittadini alla funzione legislativa e all’elezione del Governo. Ogni qualvolta i cittadini desiderano riappropriarsi di questo diritto, legittimando tale richiesta con un gran numero di altri cittadini, devono poterlo fare. Non parliamo di concorrenza, ma di revoca eccezionale di un mandato da parte del mandante, limitato ad un determinato argomento.

    Non si tratta poi di una procedura farraginosa, ma ciò che Rebesani due righe prima, riferito al Parlamento, chiama „procedura particolarmente rigorosa“.

    „Giudizio di Dio“, per carità: si tratta di un referendum popolare a cui ogni cittadino è invitato a partecipare. Nella democrazia per quanto riguarda il potere legittimante non c’è organo superiore all’insieme dei cittadini (definito popolo in altri passaggi).

    1. Referendum confermativo non si tratta di mille cittadini, ma di un numero da definire con legge dello Stato, notevolmente maggiore.

    In riguardo al nuovo testo dell’art. 74 del pdlip-dd è comunque discutibile se tale forma di referendum possa essere richiesto anche da soli 5 consigli regionali. Nel caso del referendum confermativo costituzionale questa facoltà è data solo se la modifica è approvata da meno dei due terzi del Parlamento. Quindi perché non dovrebbe essere possibile anche nel caso di leggi di rango minore, cioè leggi ordinarie dello Stato? Al limite anche quì occorrerebbe introdurre la distinzione fra norme volute da una maggioranza qualificata del Parlamento (2/3) e da leggi volute solo da una maggioranza semplice del Parlamento. Il discorso del ruolo delle Regioni è anche legato al futuro ruolo e ai poteri poteri del „Senato delle Regioni“, se mai dovesse essere istituito.

    1. Certo, va lasciata l’impostazione originaria di attribuire al Capo dello Stato di promulgare le leggi (vedi sopra, punto 1).

    Tutto sommato, non si tratta di una proposta eversiva (Rebesani), bensí di una proposta organica e coerente, estesa ad una questione riguardante la rappresentanza politica, cioè la revoca. Semmai è questa norma che esula dall’impianto della riforma dei diritti referendari, ma comunque si tratta di una proposta valida. Il fulcro della proposta è un’estensione dei diritti deliberativi (referendari) dei cittadini, un sistema che integra la politica rappresentativa e già funziona bene in altri Stati. Fra i supremi organi dello Stato, ricordo, figura anche il cittadino.

    Introdurre solo il referendum propositivo (legislativo), cioè la classica iniziativa popolare, non invece il referendum propositivo costituzionale (nell’art. 138) sarebbe contraddittorio. Perché non dare al sovrano la facoltà di definire una regola fondamentale in prima persona? La legittimità derivante da una votazione popolare è decisamente maggiore a quella della maggioranza del Parlamento.

    Togliere il quorum e innalzare come contropartita la soglia di firme al 2% oppure ad 1 milione mi sembra una proposta già largamente condivisa.

    Thomas Benedikter

    (continua…)

    Postato in democrazia diretta, iniziativa di legge popolare, quorum, referendum, revoca degli eletti

    Le nuove norme per l’Iniziativa Europea

    8 Gennaio 2011 // Nessun commento »

    cittadino europadi Paolo Michelotto

    ricevo questo interessante contributo da Thomas Benedikter e lo condivido con chi è interessato ad approfondire gli strumenti di democrazia diretta che stiamo per avere nell’ambito dell’Unione Europea.

    Il Parlamento europeo approva le norme di applicazione per l’Iniziativa dei cittadini europei (ICE)

    Luci e ombre del nuovo regolamento dell’ICE

    Dopo le decisioni della Commissione e del Consiglio europeo, il 15 dicembre il Parlamento europeo (PE) ha varato una direttiva per rendere operativo il primo strumento di partecipazione dei cittadini alla politica dell’UE: l’ICE, istituita dal Trattato di Lisbona (Art. 11,4). Non si tratta ancora di una strumento referendario vero e proprio, ma di una „iniziativa popolare agenda“, in Italia paragonabile alla proposta di legge di iniziativa popolare. Almeno un milione di cittadini UE, provenienti da un numero minimo di paesi membri, hanno il diritto di invitare la commissione europea ad avviare un’iniziativa legislativa, giacché è la Commissione l’organo che origina le norme europee. La proposta dei cittadini deve essere trattata dagli organi comunitari, ma se la Commissione decidesse di accantonarla, non seguirà nessun tipo di referendum europeo.

    In breve, i punti di forza di questa direttiva, stando al giudizio di „Mehr Demokratie“ sono questi:

    • La raccolta delle firme sarà possibile anche online. A questo scopo la Commissione UE mette a disposizione die promotori software open source.

    • Una volta raccolto il numero necessario di firme, i promotori ottengono il diritto di essere sentiti in audizione pubblica dal PE, in presenza di un rappresentante della Commissione;

    • Per la raccolta delle firme vale il principio della proporzionalità degressiva, cioè nei paesi membri più piccoli devono essere raccolti relativamente più firme, nei paesi più grandi meno firme.

    • I promotori di un’ICE devono rendere pubbliche le loro fonti di finanziamento.

    I lati deboli, per contro, si questa direttiva sull’ICE sono i seguenti:

    • L’ICE non viene registrata se in palese contrasto con i valori fondamentali dell’UE, oppure se il quesito non rientra nelle competenze della Commissione, oppure palesemente poco seria. Queste regole sono troppo vaghe e consentono alla Commissione di bloccare un’ICE senza che ci fosse una verifica legale e approfondita in un momento precedente alla raccolta di tutto il milione di firme.

    • Si prevede che la verifica definitiva dell’oggetto dell’ICE avvenga solo dopo la raccolta del milione di firme richiesto. Perciò, il rischio che un’ICE non venga ritenuta ammissibile, ricade interamente sui promotori.

    • Si prevede che l’ICE sarà attuabile solo a partire dall’inizio del 2012, siccome i paesi membri hanno ancora un anno di tempo per adattare provvedimenti di attuazione.

    • 18 su 27 paesi membri richiedono l’indicazione del numero della carta d’identità o del passaporto per poter validamente firmare un’ICE. In Italia questo numero va indicato per poter firmare ogni tipo di richiesta di referendum.

    • Le firme (1 milione) devono provenire da una quarto dei paesi membri (attualmente 7 su 27). Il PE e Democracy International avevano proposto un quinto.

    • A differenza della proposta del PE sull’ICE non c’è un termine perentorio per l’applicazione di un’ICE, dopo essere stata favorevolmente accolta dalla Commissione.

    Tutto sommato, le prospettive sono non troppo promettenti. A parte il rinvio dell’applicabilità concreta – le prime ICE potranno partire solo nel 2012 – l’ICE servirà per pubblicizzare intenti politici fortemente sentiti dalla cittadinanza europea, ma non per portare un quesito urgente al referendum europeo. Quindi a questo nuovo diritto europeo mancano ancora le punte per poter spronare gli organi comunitari di sentire la voce e di adeguarsi alla volontà dei cittadini.

    Thomas Benedikter

    (Illustrazioni più estese sulla democrazia diretta in Europa e su come democratizzare l’UE si trovano sulla pubblicazione „Più democrazia per l’Europa“, scaricabile qui)

    Postato in democrazia, europa

    Il libro “Più Democrazia per l’Europa” di Thomas Benedikter è scaricabile online

    25 Ottobre 2010 // Nessun commento »

    piudemocraziaperleuropa

    di Paolo Michelotto

    Thomas Benedikter mi ha mandato copia in pdf dell’ultimo libro da lui pubblicato: Più Democrazia per l’Europa con la preghiera di diffonderlo. E’ un libro utilissimo per capire come funziona la democrazia in Europa e quali strumenti hanno in mano i cittadini. Quindi un grande grazie a Thomas per la decisione di condividerlo.

    più democrazia per l'Europa - Thomas Benedikter (10615)

    Ecco la sua email:

    Caro Paolo,

    a meno di due mesi dall’approvazione delle relative norme di attuazione da parte del Consiglio e del Parlamento europeo, prevista per dicembre 2010, pensavo di fare un servizio utile per chi si interessa di democrazia diretta a livello dell’UE mettendo a disposizione come PDF l’ultima pubblicazione su “Più democrazia per l’Europa” (allegato). Quindi ti sarei molto grato se anche il vostro sito potesse piazzarlo da qualche parte fra i testi sulla dd liberamente scaricabili. Allego anche la breve scheda di presentazione (che avevi già messo nell’aprile/maggio scorso) per ogni eventualità. Sono convinto che nei prossimi mesi, appena l’ICE sarà anche argomento sui media nazionali, aumenterà l’attenzione.

    Tante grazie in anticipo e un caro saluto

    Thomas

    Ed ecco la presentazione:

    Il Trattato di Lisbona per la prima volta permette la partecipazione diretta dei cittadini europei:

    L’Iniziativa dei cittadini europei: una breccia per più partecipazione alla politica europea

    Ultimamente si sono moltiplicate le richieste di referendum europei: i Verdi e Greenpeace hanno invocato una votazione sulla patata geneticamente modificata, autorizzata dalla UE; un gruppo di ONG vuole impedire l’entrata della Turchia nella UE tramite referendum; politici austriaci hanno annunciato la richiesta di un referendum europeo per un’ „imposta europea sulle transazioni finanziarie“. Iniziative precoci, perché lo strumento dell’ “Iniziativa dei cittadini europei” (ICE in breve, previsto dal Trattato di Lisbona, art. 11,4) in mancanza del regolamento di attuazione non è ancora applicabile. Ma anche una volta regolamentata, l’ICE non permetterà una votazione referendaria a livello europeo. La nuova ICE è il primo strumento transnazionale di democrazia diretta in assoluto, ma è solo una „iniziativa di agenda“, cioè simile alla nostra proposta di legge di iniziativa popolare: almeno un milione di cittadini UE potranno sottoporre alla Commissione di adottare una norma europea in uno dei settori di sua competenza. La Commissione deve agire, ma come lo farà resta affare suo. Se non fa sua la proposta dei cittadini o perfino propone un regolamento di contenuto opposto, non seguirà una votazione referendaria europea. (continua…)

    Postato in democrazia diretta, europa

    I diritti referendari nelle Regioni: a che punto stiamo?

    11 Ottobre 2010 // Nessun commento »

    Regionidi Paolo Michelotto

    pubblico con molto piacere un documento realizzato da Thomas Benedikter per l’occasione dell’incontro organizzativo per la settimana della democrazia diretta, organizzato da Roberto Brambilla, Dario Rinco, Lara Benazzi a Verona il venerdì 8 ottobre 2010.

    Descrive la situazione degli strumenti di democrazia diretta presenti in tutte le regioni italiane.

    Ecco l’allegato:

    I diritti referendari nelle Regioni: a che punto stiamo? (1405)

    I diritti referendari nelle Regioni: a che punto stiamo?

    Un prospetto sintetico di Thomas Benedikter1

    1. La prima generazione dei diritti referendari regionali

    La Costituzione all’art. 123 prevede strumenti di democrazia diretta a livello regionale. Partendo da questa norma tutti gli statuti delle Regioni a statuto speciale già sin dall’inizio consentivano a queste Regioni di dotarsi del referendum abrogativo. La Sardegna e la Regione Trentino-Alto Adige furono quindi anche le prime a disciplinare il referendum regionale nel 1957, mentre La Valle d’Aosta approvò una legge sulla democrazia diretta nel 1975, il Friuli-Venezia Giulia nel 1988 e la Sicilia solo nel 2000. Le Regioni ordinarie, invece, disponevano di una tipologia indeterminata di referendum. (continua…)

    Postato in democrazia diretta, documenti recensiti

    Bolzano: la Democrazia Diretta nel dilemma etnico

    23 Novembre 2009 // Nessun commento »

    thomaspubblico una lettera dell’amico Thomas Benedikter

    La democrazia diretta nel dilemma etnico

    Il sistema di democrazia diretta, come progettato nella “legge migliore” dell’Iniziativa per più democrazia, per un soffio non approvato nel referendum provinciale del 25 ottobre scorso, è teso a dare più voce e potere ai cittadini in quanto tali e nel loro insieme rispetto le competenze politiche provinciali, né di più né di meno. I cittadini avrebbero potuto votare su quasi ogni materia di cui discutono i nostri rappresentanti nel Consiglio ed anche sui megaprogetti decisi dalla Giunta provinciale, non invece sulla modifica dello statuto di autonomia. Un tale sistema può funzionare in una società plurietnica, in cui i gruppi non solo sono diversi per lingua, ma presentano anche caratteristiche sociali ed interessi politici divergenti, sono due mondi intersecanti, ma paralleli? Tali strumenti possono funzionare in una provincia che risente ancora di tensioni etniche? In cui si minaccia ancora „Oggi referendum, domani autodeterminazione?“ Si può propagare un’idea liberatrice quale la democrazia diretta, che rafforza i cittadini in quanto tali nei confronti del sistema partitico, se non regna un’atmosfera di fiducia reciproca fra i gruppi che permette di articolare gli interessi politici in forma trasversale?

    Naturalmente no, risponderebbe quel giornalista dell’ALTO ADIGE che all’indomani del referendum in un commento allucinante (continua…)

    Postato in bolzano, democrazia diretta

    Una forte brezza di democrazia diretta dal Nord

    10 Agosto 2009 // Nessun commento »

    thomas-benedikter

    thomas-benedikter

    Pubblico volentieri un articolo di Thomas Benedikter sulla presentazione della proposta di legge sulla Democrazia Diretta avvenuta a Roma.

    ddl Democrazia Diretta Peterlini documento pdf

    ddl Democrazia Diretta PD documento pdf

    Il senatore Oskar Peterlini a Roma, insieme all’Iniziativa per più democrazia, presenta un disegno di legge di modifica della Costituzione sui diritti referendari

    Una forte brezza di democrazia diretta dal Nord

    L’Italia si trova fra quei paesi in cui più frequentemente vengono svolti referendum nazionali: dal 1974 15 tornate referendarie su un totale di 62 quesiti singoli, escludendo i referendum consultivi e costituzionali. Ma queste cifre grezze traggono in inganno. Sin dallo storico verdetto popolare sul divorzio nel lontano 1974, a parte tre eccezioni, sempre si è trattato solo di referendum abrogativi. I votanti hanno cancellato qualche articolo di singole leggi (o meno), ma spesso l’effetto è stato neutralizzato da un successivo intervento del Parlamento. Il referendum confermativo facoltativo, con cui gli elettori possono bloccare o confermare una legge ordinaria prima dell’entrata in vigore, non esiste in Italia. Pure non esiste la forma genuina di iniziativa popolare, con cui un numero minimo di cittadini può presentare un disegno di legge acquistando il diritto ad un successivo referendum, qualora la sostanza del disegno non fosse accolta dal Parlamento: un referendum per questo definito „propositivo”. Oggi con almeno 50.000 firme è possibile presentare un progetto di legge al Parlamento, ma la stragrande maggioranza di queste istanze viene respinta o neanche trattata. Perfino lo stesso referendum abrogativo è entrato in crisi, non solo (continua…)

    Postato in democrazia diretta, quorum, referendum

    democrazia diretta in Italia e in Europa: Thomas Benedikter

    9 Giugno 2009 // 1 Commento »

    di Paolo Michelotto

    l’intervento di Thomas Benedikter (autore del libro “Democrazia Diretta – ed. Sonda 2008) a Rovereto il 30 maggio 2009.

    Postato in bolzano, democrazia diretta