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  • Fine silenziosa del referendum

    16 Luglio 2014

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    Postato in: democrazia diretta, referendum

    di Michele Ainis

    micheleainis

    Fonte Corriere della Sera

    Le Costituzioni invecchiano, come le persone. Però, a differenza di noialtri, possono ringiovanire, bevendo un elisir di lunga vita. È a questo che serve ogni riforma, a proiettare nell’attualità un testo figlio dell’aldilà, di un’altra stagione della storia, affinché continui a rispecchiare lo spirito del tempo. E che faccia ha il nostro spiritello? Quella di chi va di fretta, sicché detesta le lungaggini della democrazia parlamentare, tanto più se rallentata da due Camere gemelle. Dunque la revisione del Senato gli strapperà un sorriso, come del resto il rafforzamento del governo, liberato dal ricatto della doppia fiducia. Qui e oggi, il nostro umore collettivo esige decisioni rapide, governi stabili, politici senza privilegi. Di conseguenza l’indennità zero per i nuovi senatori offre un’altra occasione per sorridere: e tre.

    Ma questo spiritello ha anche voglia di passare dall’altro lato dello specchio: vuole decidere, oltre che guardare. Da qui la crisi delle assemblee parlamentari, che peraltro è un fenomeno mondiale, non solo italiano. Negli Usa Benjamin Barber propone di rimpiazzarle con i sindaci, la Primavera araba le ha sostituite con le piazze, in Europa il ritiro della delega s’esprime con la diserzione dalle urne e con la domanda di democrazia diretta. Ecco perché ovunque si moltiplicano le consultazioni online dei cittadini, sugli argomenti più svariati. Ed ecco perché i referendum sono in auge dappertutto: fino al 1900 ne vennero celebrati 71; nel mezzo secolo successivo se ne aggiunsero altri 197; ma nel mondo si sono tenuti 531 referendum dal 1951 al 1993, e ormai sono innumerevoli, non basta il pallottoliere per contarli.

    Su questo versante, tuttavia, la riforma nega un’iniezione di gioventù alla nostra Carta. Anzi: le dipinge in viso un’altra ruga. Sta di fatto che gli unici due strumenti introdotti dai costituenti furono le leggi popolari e il referendum abrogativo. Sennonché le prime si sono rivelate altrettante suppliche al sovrano, che non le ha mai degnate d’uno sguardo; il secondo è stato generato con 22 anni di ritardo, senza mai diventare adulto. Avremmo potuto attenderci qualche correzione nel progetto del governo: macché, silenzio tombale. Poi ha parlato la commissione Affari costituzionali del Senato, e avrebbe fatto meglio a stare zitta. Perché ha quintuplicato le firme necessarie sulle leggi popolari (250 mila), in cambio di un occhio di riguardo. Ma è un occhio finto: quelle leggi verranno esaminate «nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari». E senza la possibilità di trasformarle in referendum propositivi ove le Camere restino silenti, come suggerì a suo tempo la commissione dei 35 esperti insediata dal governo Letta.

    E il referendum abrogativo? In pratica, abrogato. Scende di qualche gradino il quorum, però anche in questo caso salgono le sottoscrizioni: da 500 mila a 800 mila. Mica poco, se esercitiamo per esempio la memoria sull’insuccesso dei 12 referendum radicali, depositati l’anno scorso in Cassazione; il migliore (quello sulla responsabilità civile dei giudici) si è arrestato a 421 mila firme, eppure li aveva sottoscritti tutti e 12 pure Berlusconi. Significa che già adesso, per allestire un referendum, serve un movimento organizzato e ben determinato. Significa perciò che da domani il referendum sarà un’arma a disposizione dei partiti, non dei cittadini. Degli eletti, non degli elettori.

    Anche perché ormai l’autocertificazione è legge, la Pubblica amministrazione s’affaccia dallo schermo dei computer, ma per ogni referendum bisogna raccogliere le firme su carta e alla presenza di un pubblico ufficiale. E il voto elettronico? Usato in Belgio, in Austria, in Irlanda, in Svizzera, in Estonia (dove l’accesso a Internet è garantito dalla Costituzione), usato in India come in Messico e in Brasile, in Florida come in Arizona. Usato dall’Unione Europea per sottoscrivere le leggi popolari (e qui peraltro bastano un milione di firme, lo 0,2% della popolazione complessiva). In Italia, viceversa, i governi ci chiedono d’accendere il computer per esprimere pareri (dal valore legale della laurea alla spending review , dalla giustizia alla burocrazia), mai per timbrare decisioni.

    D’altronde, in futuro, ci resterà ben poco da decidere. Con questa riformulazione, il referendum potrà colpire intere leggi o singoli frammenti, purché «con autonomo valore normativo». Traduzione: stop ai referendum manipolativi, quelli che cancellavano una virgola di qua, un avverbio di là, trasformando il significato della legge, e trasformando perciò il referendum abrogativo in propositivo, benché negato dai costituenti.

    Con le nuove regole, il quesito elaborato da Segni nel 1993 verrebbe dichiarato inammissibile; eppure quel quesito aprì l’era del maggioritario, inaugurando la Seconda Repubblica. Ma evidentemente i nostri politici ci si sono affezionati, non vogliono correre il rischio di precipitare nella Terza Repubblica. Contenti loro, scontenti noi.

  • Commenti recenti

    • chiara ha scritto

      1

      Gentile Paolo, sono felice (nell’amarezza) che su questo blog finalmente se ne parli (mi sembrava “strano” che la questione le fosse sfuggita).
      Grazie.
      https://www.facebook.com/photo.php?fbid=918192088206658&set=a.750218335004035.1073741827.747606955265173&type=1&theater

      07/17/14 12:18 PM | Comment Link

    • paolo michelotto ha scritto

      2

      no non mi era sfuggita, ero in viaggio fuori Italia, ma che questa fase l’ho vissuta molte volte anche nella mia città, nella mia città precedente, nella mia provincia. Ogni volta che i politici “scoprono” gli strumenti di democrazia diretta, il loro unico intento è di distruggerne le potenzialità. Ora lo fanno anche a livello nazionale. Purtroppo. Ma ad ogni azione corrisponde sempre un’azione contraria, magari non immediata, ma che prima o poi emergerà. Come una molla sempre più compressa. Oltre un certo limite non si può…

      07/17/14 12:28 PM | Comment Link

    • chiara ha scritto

      3

      Io spero (e cerco di lavorare nel mio piccolo) perché l’”azione contraria” sia quella della presa di coscienza non violenta.. in certi momenti però ci si scoraggia: l’anestesia del senso critico, l’analfabetismo di ritorno, il disinteresse per la cosa pubblica hanno raggiunto un tale livello di radicamento.. grazie per il lavoro che svolge e per gli esempi positivi che condivide.

      07/17/14 1:11 PM | Comment Link

    • chiara ha scritto

      4

      07/17/14 1:14 PM | Comment Link

    • Emanuele Sarto ha scritto

      5

      Chiara invita ad ascoltare Gaber che parla di democrazia. Egli nel suo pezzo sagace, seleziona situazioni paradossali e arriva a ricordare l’etimo per poi dissacrarne l’essenza certamente aiutato dalla nostra pratica reale. Peccato però che egli ignori (volutamente) quel che da avviene costantemente in Svizzera. Si vota (ed è stata respinta) anche per una variante di una tangenziale di una cittadina che gli amministratori volevano in galleria. La nonna di Gaber se non ha capito il quesito semplicemente se ne rimane a casa. Essi, gli svizzeri, tendono a votare se informati e non perché glielo dice questo o quel partito. Gaber che recita “ma a scanso di fraintesi non faccio il polemista per mestiere cerco solo di capire…” era veramente un fine polemista ma sarebbe stato di aiuto alla Democrazia Diretta solo in Svizzera perché chi avesse ascoltato il suo dileggio al contrario ne sarebbe uscito più convinto della necessità di continuare a condividere le decisioni importanti della comunità.

      08/13/14 2:00 PM | Comment Link

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