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  • Democrazia Diretta a Torino e intervento su Crisi Democrazia Rappresentativa

    3 Dicembre 2010

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    Postato in: democrazia dal basso in Italia, democrazia dei cittadini, democrazia rappresentativa, parola ai cittadini

    torino 2-12-10di Paolo Michelotto

    alla presenza di una trentina di persone sì è svolto il 2 dicembre 2010 la serata sul tema “Democrazia Diretta” a Torino, organizzata dal Movimento5StelleTorino. Prima di me ha fatto un interessante intervento sulla Crisi Della Democrazia Rappresentativa, Alberto. Gli ho chiesto poi il permesso di riprodurla qui, che forse interessa anche altri.

    Metto qui anche il foglio di calcolo usato per raccogliere le idee per la simulazione di serata partecipativa “La Parola ai Cittadini”, (per chi vuole usarlo, basta svuotare tutti i campi, riempirli e poi ordinare la colonna D in ordine decrescente).

    domande cittadini torino 02-12-10

    Metto anche la presentazione che ho videoproiettato (è la consueta che uso, ma la riposto qui per comodità).

    presentazione Torino 02-11-10

    Infine il link al programma Timer, gratuito, che ho usato per tenere i tempi: Cool Timer

    Le persone presenti, mi sono sembrate molto interessate ad approfondire la conoscenza degli strumenti di democrazia diretta e sono sicuro che ci saranno sviluppi interessanti. Ci sono state anche domande molto pertinenti, di persone che cercavano il modo per replicare le esperienze mostrate. Insomma un bel momento.

    Alla fine c’è stato l’intervento di Helen che ha chiarito i punti programmatici della futura lista civica comunale del Movimento 5 Stelle di Torino e le modalità per raccogliere adesioni di candidati e il percorso futuro da qui al prossimo maggio 2011, data presunta per le elezioni comunali di Torino.

    Ecco  l’intervento di Alberto, che consiglio di leggere:

    La crisi della Democrazia Rappresentativa (qui il file doc: La crisi)

    Tratto da “Il futuro della democrazia” di Norberto Bobbio

    A paragone della democrazia d’ispirazione rousseauiana, infatti, la partecipazione popolare negli stati democratici reali è in crisi almeno per tre ragioni: a) la partecipazione si risolve nella migliore delle ipotesi nella formazione della volontà della maggioranza parlamentare; ma il parlamento non è più nella società industriale avanzata il centro del potere reale, essendo spesso soltanto una camera di registrazione di decisioni prese altrove;

    b) anche se il parlamento fosse ancora l’organo del potere reale, la partecipazione popolare si limita a intervalli più o meno lunghi a

    dare la propria legittimazione a una classe politica ristretta che tende alla propria

    autoconservazione, e che è via via sempre meno rappresentativa;

    c) anche nel ristretto ambito di un’

    elezione una tantum senza responsabilità politiche dirette la partecipazione è distorta, o manipolata,

    dalla propaganda delle potenti organizzazioni religiose, partitiche, sindacali ecc.

    La partecipazione

    democratica dovrebbe essere efficace, diretta e libera: la partecipazione popolare nelle

    democrazie anche più progredite non è né efficace né diretta né libera. Dal sommarsi di questi

    tre difetti di partecipazione popolare nasce la ragione più grave di crisi, cioè l’apatia politica,

    il fenomeno tante volte osservato e deprecato della spoliticizzazione delle masse negli stati

    dominati dai grandi apparati di partito. La democrazia rousseauiana o è partecipante o è

    nulla.

    Per preparare il breve intervento che mi accingo a proporvi, ho trovato fonte di ispirazione nel volume di Colin Crouch Postdemocrazia e nel volume di Massimo Salvadori Democrazie senza democrazia.

    In entrambi i testi gli autori evidenziano senza mezzi termini che le democrazie europee sono entrate in una fase molto ambigua e pericolosa, una fase dove i connotati principali della democrazia di massa dei decenni centrali del novecento sono stati stravolti e annichiliti.

    Colin Crouch ha coniato una formulazione che è stata accolta con grande favore, questo termine è postdemocrazia.

    Quali sono le caratteristiche di questa fase declinante della democrazia?

    Prima di tutto l’indebolirsi del potere decisionale del cittadino, fenomeno che si accompagna, ed è anzi speculare, all’indebolirsi delle sue facoltà critiche e propositive nell’ambito dell’arena politica.

    In questa fase ha fatto la comparsa in modo massiccio il mero consumatore della politica, che si affianca al “consumatore del mercato”. Egli assiste del tutto passivamente ad un dibattito politico a lui del tutto esterno, il suo ruolo è quello di “comprare o non comprare” al momento del voto l’offerta che gli viene proposta dai partiti. La formazione dell’opinione pubblica è sempre meno espressione dell’influenza degli intellettuali e di quella che veniva chiamata la libera stampa. Nell’era della rivoluzione informatica l’informazione è sempre più un prodotto pianificato e confezionato con le tecniche della pubblicità commerciale. Viene in tal modo messa in atto quella che è stata definita una “Politica video-plasmata” dal politologo Giovanni Sartori, il quale ha sottolineato che oggi il popolo sovrano ragiona soprattutto in funzione di come la televisione lo induce a ragionare, che la televisione condiziona pesantemente il processo elettorale, sia nella scelta dei candidati, sia nel loro modo di combattere la contesa elettorale, sia, infine, nel far vincere chi vince. Sempre secondo Sartori il mondo ridotto in immagini è disastroso per la capacità critica di un animale razionale qual è , o dovrebbe essere l’uomo, poiché fa regredire la democrazia indebolendone il supporto e cioè la pubblica opinione. L’esito di tutto ciò è che l’informazione di qualità viene ridotta ad un semplice privilegio di nicchia e che quanti risultano ancora capaci di autonomia critica sono confinati in una sorta di residuale e assai poco influente “aristocrazia” della cultura e della politica.

    Certamente questo fenomeno si lega al progressivo indebolirsi di quella parte politica che si riconosceva nella condizione sociale del proletariato: come afferma Crouch, dall’inzio alla fine del xx secolo, quella che noi chiameremmo “classe operaia” è passata attraverso vari stadi.

    Inizialmente era una forza debole ed esclusa ma sempre più numerosa e insistente nel bussare alla porta della vita politica; poi ebbe un breve momento saliente nella fase di affermazione del welfare state, dei keynesiani al potere e delle relazioni istituzionalizzate fra le parti sociali, ovvero tra associazioni che portassero avanti gli interessi degli industriali e associazioni sindacali a tutela dei diritti dei lavoratori subordinati; infine si è ridotta a un raggruppamento sempre più scarno e disorganizzato ai margini della vita politica, mentre i traguardi raggiunti a metà del novecento vengono smantellati.

    Sono entrati in uno stato agonico i grandi partiti organizzati con i loro distinti bacini sociali, portatori di determinati interessi e di specifiche ideologie.

    In terzo luogo è venuta meno l’economia nazionale, soppiantata da un sistema di economia globale dominata da ristrette oligarchie di finanzieri, investitori e industriali le cui decisioni non solo si sottraggono largamente al potere sovrano degli Stati.

    Vi è poi la questione dell’effettiva capacità di autonomia di quella che è considerata nella democrazia moderna la sede del potere legislativo, ovvero il parlamento. Come affermava lucidamente Norberto Bobbio, tale sede è stata svuotata di una grossa parte del suo effettivo potere decisionale. Vi sono organismi sovra-nazionali come il World Trade Organisation, i cui quadri dirigenti non vengono eletti dai cittadini delle diverse nazioni e che non devono rispondere del loro operato agli elettori delle nazioni democratiche. Al contrario, sono i governi a doversi assoggettare alle arbitrarie imposizioni di questo organismo. Nato con l’unico scopo di liberalizzare gli scambi internazionali di beni e e servizi, l’unico diritto che il WTO protegge contro la libera concorrenza è il diritto di brevetto – da qui il suo appoggio alle multinazionali farmaceutiche per impedire ai Paesi poveri di mettere in commercio medicine di vitale importanza. Oltre a liberalizzare i mercati esistenti, il WTO tenta di introdurreil mercato in settori che in precedenza sono stati governati da principi differenti. In particolare, ha identificato il welfare state, (stato sociale) compresi la pubblica istruzione e la sanità pubblica, come aree che dovrebbero essere aperte al mercato o alla privatizzazione.

    La pressione, del tutto indebita, di un organismo come il WTO, non è stata contrastata adeguatamente dalle élites politiche delle cosiddette democrazie avanzate, ovvero dei paesi europei. Al contrario, l’emergere di luoghi comuni nel dibattito politico, indicanti il mercato come luogo dove qualsiasi bene pubblico può essere messo in vendita, ha portato al fenomeno che Crouch definisce commercializzazione della cittadinanza. Vengono cioè messi in vendita beni primari come l’acqua, che sia su un piano culturale e simbolico, appartengono alla sfera privata dell’individuo e come tali non dovrebbero essere soggetti al meccanismo dell’offerta e dell’acquisto. Infatti, ciò equivarrebbe, afferma Crouch, a ipotizzare di introdurre sul mercato anche i propri stessi familiari.

    Vi è poi un’ulteriore questione che inviterebbe a riflettere i fautori della totale deregulation: con il moltiplicarsi delle privatizzazioni, gli organismi della politica, a cominciare dagli enti locali, come le città e le regioni, perdono di autorità. Uno dei cambiamenti introdotti dalla cosiddetta “nuova gestione del settore pubblico” all’interno del contesto dell’egemonia neoliberale negli anni Ottanta è stato la ridefinizione del confine tra governo e interessi privati come semipermeabile: ciò vuol dire che gli affari possono interferire con il governo a loro piacimento, ma non viceversa. Coloro che criticano questo modello vengono accusati di essere “anti-economici”. Questa è un’esagerazione assolutamente unilaterale degli insegnamenti politici dell’economia classica, e rappresenta un adatamento senza scrupoli alle realtà del potere lobbistico negli affari.

    Crouch sottolinea poi che persino nell’età vittoriana, quindi in un’epoca precedente al pieno sviluppo della democrazia, si possedeva la ferma convinzione che i politici e i funzionari statali avessero bisogno dunque di un’etica propria, che richiedeva loro una condotta diversa da quella del mondo degli affari. Da chi aveva incarichi nell’arena politica ci si attendeva una cautela particolare nei rapporti con chi rappresentava qualche concentrazione di potere economico, e anche un senso del pubblico interesse che era qualcosa di più della somma di ambizioni economiche individuali.

    La costituzione italiana italiana, il cui art. 67 dice: «Ogni membro del

    Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato»).

    «Uno strumento per tentare di cambiare il sistema marcio e corrotto, proporre a livello locale un

    contratto “blindato” accompagnato da una petizione per cambiare l’art.67 della Costituzione

    da “senza vincolo di mandato” in “con vincolo di mandato”. Ed una petizione per inserire la

    revoca del mandato ed il referendum propositivo.

    Certamente più vicino alla democrazia diretta è l’istituto del rappresentante revocabile

    contrapposto a quello del rappresentante svincolato dal mandato imperativo. Infatti il cordone

    ombelicale che tiene avvinto il delegato al corpo elettorale non è reciso del tutto. Ma anche in questo

    caso non si può parlare di democrazia diretta nel senso proprio della parola. Perché vi sia

    democrazia diretta nel senso proprio della parola, cioè nel senso in cui diretto vuol dire che

    l’individuo partecipa esso stesso alla deliberazione che lo riguarda, occorre che fra gl’individui

    deliberanti e la deliberazione che li riguarda non vi sia alcun intermediario. Il delegato anche se

    revocabile è un intermediario, anzitutto perché, per quanto vincolato alle istruzioni che riceve dalla

    base, ha di fatto pur sempre una certa libertà di movimento e se con lui non l’avessero tutti gli altri

    che debbono giungere a una deliberazione collettiva, una deliberazione collettiva sarebbe

    impossibile; in secondo luogo perché non può essere revocato in ogni istante e sostituito con un

    altro se non a rischio di paralizzare la trattativa.

    Chi agisce sulla base di istruzioni rigide è il portavoce, il nunzio, nei rapporti internazionali

    l’ambasciatore, ma questa, della rigidità delle istruzioni, non è affatto un modo caratteristico di agire

    dei corpi collettivi. È se mai una caratteristica degli organismi regolati su base gerarchica, cioè di

    quegli organismi in cui il flusso del potere procede dall’ alto in basso e non dal basso in alto, e

    quindi molto più adatta ai sistemi autocratici che non a quelli democratici. Se non altro perché un

    superiore gerarchico è in grado di dare istruzioni rigide all’inferiore gerarchico molto più facilmente

    di un’ assemblea la quale può arrivare, se pur sempre con grande fatica, a formulare delle direttive,

    Pubblicati sui forum di cittadini, meetup, Amici di Beppe Grillo

    Peppe Carpentieri, appunti di democrazia partecipativa e diretta 15

    ma non riesce quasi mai a trasformare le direttive in ordini (e dove non vi sono ordini ma direttive il

    mandato non è se non a parole imperativo).

    A ogni modo, se la rappresentanza per mandato non è propriamente la democrazia diretta, è una

    strada intermedia fra la democrazia rappresentativa e la democrazia diretta. Il che mi permette di

    ripetere che fra la democrazia rappresentativa pura e la democrazia diretta pura non c’è, come i

    fautori della democrazia diretta credono, un salto qualitativo, come se fra l’una e l’altra ci fosse uno

    spartiacque e una volta scesi dall’ altra parte il paesaggio fosse del tutto cambiato. No: i significati

    storici di democrazia rappresentativa e di democrazia diretta sono tali e tanti che non si può porre il

    problema in termini di aut aut come se ci fosse una sola possibile democrazia rappresentativa e una

    sola possibile democrazia diretta; si può solo porre il problema del passaggio dall’una all’altra

    attraverso un continuum in cui è difficile dire dove finisce la prima e dove comincia la seconda.

    Un sistema democratico caratterizzato da rappresentanti revocabili è, in quanto prevede

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