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  • Islanda: i cittadini decidono sul loro destino con il referendum

    5 Marzo 2010

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    Postato in: democrazia diretta, esempi virtuosi

    islandadi Paolo Michelotto

    finalmente è arrivato il giorno del referendum in Islanda. Un referendum fortemente voluto dai cittadini, mentre i loro “rappresentanti” hanno fatto di tutto per allontanarlo. Domani i cittadini islandesi decideranno se il fallimento di una grande banca islandese che trattava soprattutto con clienti inglesi e olandesi, poi nazionalizzata dallo stato, debba pesare direttamente sul bilancio dei cittadini. Ossia se le perdite di una grande azienda privata debbano essere pagate dai contribuenti.

    I sondaggi dicono che i cittadini sono orientati a grande maggioranza a bocciare il provvedimento. I “rappresentanti” hanno paura dell’esito per timore di ritorsioni degli organismi internazionali, l’UE tenta di influire nel voto affermando che se vince il NO sarà più difficile per l’Islanda entrare nell’UE.

    Ecco un’interessante sintesi di Alessandro Cascia

    E’ giusto pagare per errori che non si commettono? La risposta di larga parte della popolazione mondiale è: “No”. Durante questa crisi economica globale tanti comitati, cittadini comuni, hanno manifestato contro la scelta di garantire con i soldi pubblici gli errori che i privati hanno commesso. E’ accaduto in molti Paesi, ma quasi ovunque la necessità e il ‘non avere altra scelta’ hanno avuto la meglio. Perciò un gran numero di banche sono state nazionalizzate, molti debiti sono stati garantiti grazie al lavoro che le future generazioni dovranno svolgere per appianare tutto ciò.

    Ma esistono delle eccezioni. Sono giorni determinanti e alquanto delicati per l’Islanda. Il paese nordico, alle prese anche con un delicato ingresso nella Comunità Europea, è stato chiamato al referendum grazie alla decisione del presidente islandese Olafur Grimsson, che ha deciso di non firmare la legge che autorizza l’uso di fondi pubblici per rimborsare gli istituti di credito britannici e olandesi rimasti invischiati nel crac dell’ex stella del banking online nordico, la Icesave. Il governo di Reykjavik, quelli britannico e olandese stanno cercando un accordo dell’ultimo momento per non finire contro il plebiscito e un esito quasi scontato.

    In una nazione, in cui la Costituzione ha il suo ruolo naturale e non viene costantemente messa in discussione, il popolo è sovrano. I rappresentanti politici eletti dalla popolazione devono semplicemente amministrare i beni pubblici in virtù di questo grande privilegio. Senza la pretesa di poter decidere per un intero popolo solo perché in una tornata elettorale le urne hanno dato un vantaggio a una parte politica anziché a un’altra. Sarà dunque una consultazione popolare a stabilire se lo Stato dovrà versare, o meno, i 5,7 miliardi di dollari anticipati dai governi di Londra e di Amsterdam per coprire i propri risparmiatori. Una cifra che deve essere letta come il 40 per cento del Pil dell’isola. E’ come se il governo italiano dovesse rimborsare circa 700 miliardi di euro con i soldi pubblici per il crollo di un istituto finanziario privato.

    La storia risale al 2008, anno in cui la tempesta finanziaria seguita al crollo dei mutui speculativi americani ha fatto collassare la Landsbanki a Reykjavik, un istituto dall’etica finanziaria assai discutibile che amministrava, tra l’altro, i servizi di risparmio della Icesave. In seguito alla bancarotta e alla nazionalizzazione della capogruppo, anche i conti correnti sul web sono stati bloccati, creando un buco da sei miliardi di dollari nelle tasche di 400 mila investitori, quasi tutti britannici e olandesi. I governi britannico e olandese rivendicano con fermezza il denaro per i clienti della banca, gran parte dei quali furono attratti dal tasso d’interesse superiore offerto dall’Icesave nel periodo precedente alla sua scomparsa. Nel Regno Unito, i depositi fino a 50mila sterline furono garantiti dal governo nell’ambito del Financial Services Compensation Scheme.

    I cittadini islandesi sono stati subito salvati grazie alla garanzia totale dei depositi, mentre gli stranieri hanno dovuto attendere. L’economia isolana, fondata sulla finanza e sulla pesca del merluzzo, è rimasta priva di una delle sue risorse chiave, scivolando in una recessione senza precedenti che ha provocato anche la caduta del governo. La scorsa primavera le redini dell’esecutivo sono passate a Johanna Sigurdardottir, leader socialdemocratica che ha avviato la strategia di risanamento insieme con l’avvicinamento all’UE, incominciato ufficialmente in luglio.

    «Faremo in fretta», assicura Grimsson, mentre il voto negativo appare molto probabile, come le sue conseguenze nefaste per la corsa di Reykjavik verso l’adesione all’Unione europea. La spiegazione è che «il popolo lo vuole», il che magari funziona per gli islandesi, ma sarà arduo da spiegare alle banche che si sono esposte. Il parlamento islandese aveva adottato la legge che sdoganava il risarcimento di Regno Unito e Olanda, con 33 voti a favore e 30 contrari, atto dovuto visto che avevano coperto i risparmiatori rimasti a secco per colpa dell’Icesave. Un risarcimento che sarebbe stato spalmato in 14 anni circa. Tutto inutile. Gridando «non pagheremo noi gli errori delle banche» una serie di comitati aveva avviato una petizione per bloccare il provvedimento. E’ stata firmata da un quarto della popolazione. E Grimsson non ha avuto scelta.

    La premier Sigurdardottir rimane preoccupata. Solo un accordo in extremis tra il governo islandese con quelli olandese e britannico potrebbe evitare il referendum. Ma l’Islanda è un Paese in cui i cittadini non accettano compromessi poco chiari, gli islandesi vogliono essere padroni del proprio futuro, poi dell’Europa se ne parlerà.

    Alessandro Cascia

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