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  • Referendum Minareti in Svizzera: l’opinione di Thomas Benedikter

    9 Dicembre 2009

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    Postato in: democrazia svizzera

    minaretipubblico qui volentieri una lettera di Thomas Benedikter sui recenti referendum in Svizzera, tra cui quello sui minareti.

    Non spaccare lo specchio se l’immagine non ci gradisce

    Premetto subito che mi dispiace assai il SI degli svizzeri al divieto di costruire nuovi minareti. È un colpo duro alla convivenza delle comunità religiose in Svizzera ed un messaggio ostile al mondo islamico. Ne saranno più delusi ancora milioni di cristiani, che vivono nei paesi islamici, dotati di migliaia di chiese con campanili. Anche per motivi più generali le chiese svizzere si erano tutte espresse contro questo divieto. Va comunque aggiunto che in Svizzera ci sono già centinaia di moschee e nulla vieta la costruzione di altre senza campanile. Referendum di stampo xenofobo del resto in Svizzera non sono una novità: è dal 1964 che regolarmente vengono promosse iniziative popolari sulla politica dell’immigrazione, sui rifugiati, sull’asilo politico e l’acquisizione della cittadinanza. Fino a ieri l’elettorato elvetico ha sempre dimostrato di voler essere una società accogliente. Ma esiste anche quella parte della Svizzera che la pensa come milioni di italiani, opposta alla presenza visibile di altre religioni, specie nel caso dell’Islam, che fatica ad accettare i nuovi concittadini con i loro diritti e bisogni. Nonostante tutto, l’accoglienza e l’integrazione è un processo lento, figurarsi quanto durerà da noi.

    Dall’altra parte è scontato che questo risultato sarà un’occasione gratuita per chi da noi critica i diritti referendari in quanto tali. La democrazia diretta non è altro che uno specchio di questo processo e di atteggiamenti diffusi. Inutile spaccare lo specchio quando l’immagine non ci piace. Le votazioni referendarie portano a galla le posizioni attuali presenti fra la gente, dubbi, timori, rigetti. Sono importanti per legare la politica alla società, per informare i politici dove duole il ventre, dove occorre sensibilizzare, informare, intervenire.

    Due sono comunque gli insegnamenti in merito alla democrazia diretta che si possono trarre dal voto svizzero dell’altro ieri. Primo, la democrazia diretta non va ristretta nei settori di applicazione, ma deve avere dei limiti sostanziali. I diritti umani e fondamentali, sanciti dalla Convenzione Europea sui Diritti Umani, indica tale limite e anche la Svizzera dovrà tenerne conto. A questo scopo dovrà dotarsi di una Corte Costituzionale che possa in anticipo vagliare le proposte referendarie sulla compatibilità con le convenzioni internazionali sui diritti umani. Né in Italia in generale né in Provincia di Bolzano movimenti per più democrazia hanno chiesto che vengano aboliti tali limiti. Anzi, nella nostra provincia giustamente vale anche il limite dello Statuto di Autonomia. Del resto, è molto probabile che musulmani svizzeri faranno ricorso alla Corte di Strasburgo che dovrà necessariamente cassare il risultato di questo referendum.

    Secondo, in Svizzera come altrove in Europa esiste il problema dell’islamofobia, e si dovrà imparare che la convivenza con comunità religiose diverse non si organizza vietando le i loro simboli architettonici. L’islamofobia però neanche si contrasta vietando referendum che si occupano della politica dell’immigrazione. Per arrivare ad una società più rispettosa delle differenze culturali, più aperta e solidale con i nuovi cittadini, non serve vietare gli strumenti che evidenziano le paure ed i timori. Non si chiede l’abolizione delle elezioni perché ci sono forze politiche xenofobe in lizza. Il „populismo“ ha gioco più facile nelle elezioni che nei referendum; tantomeno in Svizzera, dove per un referendum passano tre anni fra raccolta di firme, controproposta del parlamento, informazioni ufficiali, presa di posizione di tutte le forze sociali e politiche senza campagne di boicottaggio, quindi un dibattito pubblico molto articolato. Alla fine si vota e – che ci piaccia o meno – una buona parte del popolo svizzero la pensa proprio cosí.

    La lezioni quindi è quella di consentire campagne referendarie corrette, equi, trasparenti, con sufficiente tempo per un dibattito aperto e pubblico, che non violino diritti umani. Confrontarsi con i risultati è poi una sfida sia per la politica sia per tutta la società. Contro atteggiamenti islamofobici serve più informazione, dibattito, educazione, incontri. Va rafforzata l’educazione interculturale, va sensibilizzata la società ed il dibattito aperto, anche con l’aiuto dei diritti popolari. Nelle grandi città svizzere la maggioranza è contro il divieto dei minareti, invece dove vivono meno musulmani l’opposizione è più accentuata. Non sarebbe diverso da noi.

    Thomas Benedikter, Bolzano

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