1,727 views
  • 024 Democrazia Diretta cap 3 Federalismo, sussidiarietà e capitale sociale – Capitale sociale, democrazia e federalismo

    18 Agosto 2009

    Tags:
    Postato in: Democrazia Diretta Verhulst

    direct-democracy-verhulst

    direct-democracy-verhulst

    di Paolo Michelotto

    traduzione di Edoardo

    Capitale sociale, democrazia e federalismo

    Nella prima metà del,’Ottocento l’autore francese Alexis de Tocqueville fece un viaggio attraverso gli Stati Uniti d’America. Il resoconto di questo viaggio è stato pubblicato in due parti: nel 1835 e nel 1840. Ancora oggi i principali leader d’America citano de Tocqueville quando vogliono descrivere l’essenza del “Sogno Americano”.

    De Tocqueville notò due aspetti della società americana che a prima vista apparivano contraddittori. Prima di tutto era sorpreso dalla schietta autonomia dei cittadini americani: “Essi non devono nulla a nessuno, non si aspettano nulla da nessuno; si sono abituati a considerarsi sempre soli e a immaginare che il loro destino è totalmente nelle loro mani”. Ma al tempo stesso egli ha notato che la vita sociale nei novelli Stati Uniti era inusitatamente vivace: “Nelle città è impossibile impedire alle persone di riunirsi, eccitarsi a vicenda e generare decisioni improvvise e appassionate. Le città sono come grandi luoghi di assemblea con tutti gli abitanti come membri. Le persone hanno in mano un’immensa influenza sui magistrati e spesso esaudiscono i loro desideri senza intermediari (…) gli Americani di tutte le età, di qualunque posizione nella vita e di qualunque indole sono sempre impegnati a creare associazioni. Non ci sono solo associazioni commerciali ed industriali a cui tutti prendono parte ma oltre un migliaio di tipi diversi – religiose, morali, serie, futili, molto generali o molto specializzate, immensamente grandi e molto piccole.”

    Nelle righe citate sopra Alexis de Tocqueville descrive niente di meno che la combinazione tra democrazia diretta e federalismo spontaneo. Questa situazione, in cui persone indipendenti si mettono liberamente insieme e assumono decisioni condivise, fornisce un surplus sociale per il quale è stato successivamente coniato il termine “capitale sociale”.

    La creazione del “capitale sociale” – la “madre di tutte le arti” – ha ottenuto una grandissima attenzione negli anni recenti. Il libro di Putnam “Making democracy work” (1993) fu una pietra miliare. Questa pubblicazione riassume i risultati di 20 anni di lavoro sociologico in Italia. L’intenzione originale del gruppo di Putnam era di studiare i risultati della regionalizzazione in Italia. A partire dagli anni 70, in Italia si mise in moto un processo di decentralizzazione e vennero trasferiti poteri significativi alle Regioni. Negli anni i ricercatori raccolsero un’impressionante quantità di informazioni: vennero fatti sondaggi, condotte centinaia di interviste e vennero elaborati montagne di dati statistici.

    Putnam scoprì una consistente e rimarchevole differenza tra le Regioni del Nord e del Sud d’Italia. Le Regioni settentrionali erano economicamente più sane e amministrate molto più efficientemente. Il gruppo di Putnam condusse anche un esperimento. Vennero presentate tre richieste di informazioni alle amministrazioni di diverse Regioni. Le amministrazioni dell’Emilia Romagna e della Valle d’Aosta furono le più rapide a rispondere: i ricercatori ricevettero le risposte complete entro due settimane. Malgrado diverse richieste, le amministrazioni della Calabria e della Sardegna non fornirono mai una completa risposta alle stesse tre domande.

    Putnam testò l’ipotesi che alla base della diversità tra Nord e Sud, ci fosse una differenza di “senso civico”. Il “senso civico” può essere definito con le parole di de Tocqueville come “la valutazione degli interessi nell’ampio contesto sociale”. Gli interessi del singolo non sono ignorati o soppressi; essi sono considerati come coincidenti con l’interesse comune nel lungo termine. L’opposto di “senso civico” è il “familismo amorale”. Quest’ultimo caratterizza coloro che sono preoccupati esclusivamente degli interessi a breve termine della ristretta cerchia famigliare. Una società in cui questa attenzione all’interesse famigliare a breve termine predomina, è una società atomizzata. L’interesse comune è lasciato a coloro che hanno potere, ciò significa che si formano relazioni prevalentemente su base opportunistica (clientelismo).

    Al fine di misurare il “senso civico”, Putnam usò un indice basato sui seguenti indicatori:

    la percentuale dei voti che sono attratti dal candidato principale in un’elezione: in una società dove predomina il familismo amorale, c’è in genere un’alta proporzione di questi voti (clientelismo elettorale);
    l’affluenza di votanti nei referendum: visto poiché il clientelismo diretto non può giocare un ruolo nei referendum, il livello di partecipazione nel processo decisionale democratico-diretto è un buon indicatore di “senso civico”;
    il numero di lettori di giornale: leggere i giornali indica un interesse per la società nel suo complesso;
    il livello di partecipazione nella vita sociale (come club etc.): prendere parte alla vita sociale allarga gli orizzonti rispetto al solo nucleo famigliare.

    Putnam (1993, p. 97-98) caratterizzò la differenza tra i due tipi di società riscontrate in Italia come segue: “Quando due cittadini si incontrano per la strada, in una Regione con senso civico, è probabile che entrambi abbiano letto un giornale a casa quel giorno; quando due persone si incontrano in una Regione con meno senso civico, invece è probabile che entrambi non l’abbiano letto. Più della metà dei cittadini delle Regioni con più senso civico non ha mai pubblicizzato preferenze elettorali nella propria vita; più della metà dei votanti nelle Regioni con meno senso civico dicono di averlo sempre fatto. Il numero di iscrizioni a club sportivi, gruppi ricreativi e culturali, organizzazioni di azione sociale e di comunità, gruppi formativi e di giovani e così via è abbondantemente il doppio nelle Regioni con più senso civico di quelle con meno senso civico.”

    Pertanto sembra esserci una forte e diretta relazione tra senso civico, vivacità economica ed efficienza della pubblica amministrazione. Nelle aree con più senso civico l’economia prospera e l’amministrazione è efficiente. Putnam esaminò ed eliminò varie spiegazioni alternative ed arrivò alla conclusione che il “senso civico” giocava un ruolo causale.

    Putnam sostenne anche che la differenza nella cultura civica tra il Nord e il Sud d’Italia è molto antica e risale all’incirca all’XI secolo. A quel tempo la monarchia feudale con radici Normanne si stabilì nel Sud d’Italia. Laddove al Nord, già dal XV secolo, vi erano delle città-Stato repubblicane con considerevoli opportunità per l’iniziativa personale e la partecipazione politica da parte di un numero relativamente ampio di cittadini, nel Sud il feudalesimo continuava ad esistere con le sue strutture gerarchiche, nelle quali successivamente il crimine organizzato si insinuò senza difficoltà.

    Non si può ovviamente pensare che il livello di “senso civico” rimanga costante attraverso la storia. Il senso civico può anche essere eroso, per esempio, sotto la spinta di fattori economici. Un esempio scioccante è descritto nel libro “La Gente di Montagna” dell’antropologo Turnbull (1972, 1994) inerente gli Ik, una piccola tribù che viveva nel nord-est dell’Uganda. Gli Ik furono portati fuori dalle loro terre d’origine perché queste erano state dichiarate riserva naturale. Ciò sconvolse le loro tradizionali fonti di sostentamento e la loro organizzazione sociale. La caccia in gruppo non era più possibile. Tutto ciò che era rimasto era il bracconaggio esercitato da singoli individui. Gli Ik illustrano un esempio estremo di atomizzazione sociale, profonda reciproca diffidenza tra gli individui e la drastica perdita di qualsiasi forma di capitale sociale.

    In uno studio successivo (1995), Helliwell e Putnam analizzarono come funzionava la catena causale data da senso civico (capitale sociale) -> amministrazione efficiente -> soddisfazione sociale. Negli anni ‘80 alle Regioni italiane furono concessi considerevoli poteri nel campo economico. Come risultato di ciò le politiche economiche non erano più decise da un’autorità centrale ma principalmente dalle autorità regionali. Negli anni ‘60 e ‘70 si ridusse la differenza di ricchezza tra il Nord e il Sud grazie al fatto che l’autorità centrale aveva disposto forti trasferimenti di denaro dal Nord al Sud, da un lato, e, dall’altro, che le Regioni settentrionali non erano in grado di operare più efficientemente (ciò dovuto al fatto che la loro politica economica era decisa centralmente). Sembra che non appena fu data la possibilità alle Regioni di decidere le proprie politiche, il surplus di capitale sociale nel Nord fu immediatamente trasformato in un aumento di ricchezza. Il capitale pubblico e privato fu speso più efficientemente nelle regioni settentrionali, cosicché la differenza in prosperità tra Nord e Sud aumentò nuovamente dal 1983 circa in poi, malgrado i continui trasferimenti di denaro pubblico dal Nord al Sud.

    La catena causale di Helliwell e Putnam può essere ulteriormente estesa. Una ricerca comparativa condotta in un gran numero di nazioni dimostra che non è la cultura civica che determina la sostanza e la qualità della democrazia, ma che la connessione causale procede in direzione inversa: “La fiducia interpersonale appare chiaramente essere un effetto più che una causa di democrazia”. (Muller e Seligson, 1994). La democrazia crea la fiducia tra cittadini e la fiducia tra i cittadini e le istituzioni dello Stato.

    In un altro studio, Putnam (1996a, b) esplorò la diminuzione di “capitale sociale” negli Stati Uniti. La frequenza in chiesa, il lavoro per i partiti politici, l’essere soci di tutti i tipi di club e associazioni diminuirono drasticamente nei decenni precedenti negli Stati Uniti. Ci fu anche un simultaneo forte declino nella “fiducia sociale” (fiducia nelle altre persone e nelle autorità). Dopo avere eliminato diverse altre possibili spiegazioni Putnam credeva di avere trovato il principale colpevole nella televisione. Negli anni ‘50 la televisione entrò prepotentemente nella società americana: se nel 1950 solo il 10% delle famiglie possedevano una TV, nel 1960 erano già il 90%. È intorno a quel periodo che è iniziato il collasso del “capitale sociale” americano.

    Un americano medio guarda la TV per circa 4 ore al giorno. Una ricerca dimostra che i telespettatori hanno una forte tendenza a partecipare meno alla vita sociale sotto tutti gli aspetti e sviluppano un giudizio più negativo sugli altri uomini (coloro che vedono molto la TV, per esempio, sovrastimano l’impatto del crimine nella società). La televisione sotto questo aspetto è uno strano mezzo, infatti i lettori di quotidiani, al contrario, hanno una tendenza a partecipare alla vita di comunità più alta della media.

    Nello stesso periodo aumentò la diffidenza tra le persone. Nel 1960 il 58% degli americani ancora credevano che ci si potesse fidare della maggior parte della gente. Nel 1993 si è scesi al 37%. Miller e Ratner (1998) hanno dimostrato che questa cultura della diffidenza aveva una solida base ideologica: “La biologia evoluzionistica, l’economia neoliberista, il comportamentismo e la teoria psicoanalitica assumono tutti che le persone, attivamente e singolarmente, perseguono solo il proprio interesse (…). Evidenze empiriche crescenti invece, dicono un’altra cosa. Molte delle più interessanti ricerche delle scienze sociali degli ultimi 20 anni puntano sull’inadeguatezza dei modelli di comportamento basati sull’interesse del singolo. Per esempio, sappiamo che le persone danno molta più importanza all’obiettività delle procedure alle quali vengono sottoposte piuttosto che ai risultati materiali delle stesse, che spesso danno molta più importanza ai risultati collettivi piuttosto che a quelli personali; e il loro comportamenti nei confronti delle politiche pubbliche sono maggiormente guidati dai valori e dalle ideologie piuttosto che dall’impatto che queste politiche hanno sul benessere materiale.”

    Infatti, le persone sono molto meno concentrate sui propri interessi di quanto non dicano le teorie. Ma nel frattempo tali teorie sono diventate forti nella società. Il risultato è che la maggior parte delle persone si considera più altruista del resto della popolazione. Uno degli esperimenti condotti da Miller e Ratner si occupò della predisposizione delle persone a donare il sangue sia con, che senza un compenso economico [vedere 3-2]. Il 63% delle persone intervistate dissero che erano pronti a donare il sangue gratis. Quando si prospettò la possibilità di un pagamento di 15 dollari, la percentuale salì al 73%. Quindi, l’effetto di offrire un compenso economico fu poco significativo, considerando il modesto aumento della percentuale che si ottenne. Alle persone intervistate si chiese anche di fare una loro stima della percentuale, senza e con compenso economico. Il risultato fu che pensavano che: il 62% delle persone l’avrebbe fatto dietro compenso e solo il 33% senza compenso. Quindi sovrastimarono chiaramente il fattore denaro come motivazione delle altre persone.

    Un’altra ricerca si occupò dell’introduzione di misure anti-fumo. I non fumatori tendono ad avere una visione più ristretta dei fumatori. La ricerca dimostrò che il 100% dei non fumatori e l’85% dei fumatori erano d’accordo alla restrizione del fumo sugli aerei. Ma le stesse persone pensavano che il 93% dei non fumatori e solo il 35% dei fumatori avrebbero appoggiato la misura. In altre parole: le persone sovrastimarono moltissimo il ruolo che l’interesse personale avrebbe avuto nell’opinione dei fumatori. Miller e Ratner verificarono che almeno l’80% dei fumatori erano d’accordo nel proibire il fumo in posti dove c’era un alto rischio di “fumo passivo” (ristoranti, posti di lavoro, bus, treni e aerei). Invece, le persone in generale pensavano che solo dal 25% al 35% dei fumatori fosse d’accordo.

    Questa perdita generale di fiducia tra le persone, che culmina nella sfiducia nelle istituzioni politiche, è direttamente correlata con il problema del disintegrarsi del capitale sociale. La fiducia tra le persone è capitale sociale. L’atomizzazione della società impedisce alle persone di percepire le reciproche motivazioni morali. Così le persone si considerano sempre di più come degli automi fissati sui propri interessi, che in realtà non lo sono. Più l’ideologia dell’homo oeconomicus (l’uomo come un egoista intrinseco) si sviluppa, più le persone spiegano anche il loro stesso comportamento come mosso solo da interesse personale. Anche le persone che lavorano nel sociale con genuina empatia tendono tendono ad offrire motivazioni egoistiche per ciò che fanno (”Mi dà qualcosa da fare” – “Ho trovato gli altri volontari davvero simpatici.” – “Mi fa uscire di casa adesso e poi.” Vedi Wuthnow, 1991). L’affermazione che la gente “vota per il suo interesse” non è convalidata quando vengono analizzati i modelli di voto, ma lo è quando si studiano le spiegazioni delle persone sul proprio voto (Feldman, 1984; Stein, 1990).

    De Tocqueville fu impressionato sia dalla forte tendenza all’autonomia che dalla intensa vita sociale degli americani all’inizio dell’Ottocento. Putnam venne colpito dalla polarità tra “senso civico” e “familismo amorale”. Questo dimostra che ci sono due tipi di “individualismo”. Dobbiamo fare una netta distinzione tra l’individualismo dei singoli cittadini (che non impedisce loro di essere solidali con gli altri), che proprio grazie alla loro indipendenza possono produrre capitale sociale e che prendono anche parte ai referendum; e lo pseudo-individualismo del “soggetto” cittadino che si occupa solo dell’interesse a breve termine del proprio nucleo famigliare ed è contento di lasciare che il resto della società venga governata da coloro che detengono il potere. Questa distinzione è ovviamente fondamentale perché i centri di potere elogeranno questo clientelismo sottomesso come espressione di “integrazione sociale”, mentre presenteranno loro stessi, ogni volta che sarà possibile, come il “centro” che media tra la clientela debole e coloro che tengono le redini del potere.

    Questo tipo di “centro” non ha nulla a che vedere con la vita associativa creata dalle persone stesse che venne descritta da De Tocqueville. Si crea un vero capitale sociale quando le persone hanno connessioni tra loro e si vedono come co-creatori e co-definitori delle loro associazioni, a qualsiasi livello, dal più piccolo club di bridge alla più vasta lega delle nazioni. Quindi ciò che emerge è un’autentica struttura “svincolata” – fatta da federazioni di individui indipendenti – nelle quali le persone possono mettere le proprie energie e la propria dedizione e così facendo migliorare le loro proprie e altrui forze e talenti. La Gestalt socio-politica del “centro” di cui sopra è esattamente l’opposto: qui tutte i diversi ambiti della vita sono avvinti in una specie di struttura verticale intrecciata, nella quale solo le élite hanno accesso alle leve del potere e i membri “ordinari” sono essenzialmente ridotti allo status di clienti. Questa specie di centro di potere “amichevole” non possiede alcuna caratteristica federalista; in realtà obbedisce al principio di sussidiarietà.

    Un centro emerge anche in un società federale e completamente democratica. Ma questo centro è dal punto di vista qualitativo totalmente differente. Non costringe le persone in una condizione di immaturità politica permanente, nella quale viene permesso loro di votare al massimo ogni cinque anni per dare un mandato, virtualmente senza significato, ai loro “rappresentanti”. Il centro federale che dovrà gradualmente nascere nel XXI secolo sarà l’espressione del desiderio delle persone di modo che la vita delle società sia disegnata dagli individui che la compongono. In un centro federale siffatto la scuola non dipende da un corpo controllante e coordinante che siede come una ragno al centro della “rete educativa”. La scuola del futuro sarà disegnata dalla specifica comunità di bambini, insegnanti e genitori che vi abitano in quel momento. Tali scuole saranno fondate su di un “voucher educativo” che ogni bambino in età scolare riceverà di diritto e che verrà portato dai genitori alla scuola che sceglieranno. In una società federale l’unica cosa che sarà predeterminata sono i diritti all’istruzione del bambino; non ci sarà nessuna “politica educativa” formulata dal governo. Tali scuole non saranno intrecciate in una colonna verticale con sindacati, sistemi di assicurazione sanitaria nazionali e privati, banche e associazioni agricole. Saranno una continua creazione che scaturisce dagli sforzi degli insegnanti e dei genitori a fare il meglio per i loro bambini nella situazione specifica; e saranno unite ad altre scuole, non in una relazione centralizzata e gerarchica, ma in una rete orizzontale caratterizzata da frequenti consultazioni, verifiche dei risultati e cooperazione.

    Le scuole saranno solo uno degli ambiti in cui si disegnerà una democrazia forte. L’intelaiatura della democrazia diretta deve essere creata dapprima in modo che la strutturazione federale della vita locale diventi possibile. Un’intelaiatura democratica di questo tipo non deve comunque rimanere limitata a livello locale, ma deve essere estesa al livello delle istituzioni europee, perché le decisioni più importanti per il livello locale vengono spesso prese a livelli molto più alti.

    Questa è la pubblicazione a puntate della traduzione in Italiano del libro Democrazia Diretta di Verhulst Nijeboer. Puoi aiutare Edoardo e Emilio Piccoli che stanno effettuando gratuitamente la traduzione in Italiano effettuando le eventuali correzioni e inviandole a piccoliemilio@gmail.com

    La versione in inglese che stanno traducendo si trova qui:

    http://www.paolomichelotto.it/blog/2008/11/04/democrazia-diretta-un-testo-fondamentale/

  • Scrivi un commento

    Email (non verrà pubblicata) (obbligatorio)