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  • Meno casta più democrazia: le cifre di uno scandalo italiano

    8 Febbraio 2009

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    Postato in: crisi dem. rappresentativa

    fabbrini

    fabbrini

    di Paolo Michelotto

    riporto un articolo apparso oggi su L’Adige e scritto da Sergio Fabbrini (tra i maggiori studiosi europei della politica americana, è professore di scienza politica e direttore della Scuola di studi internazionali all’Università di Trento, direttore della “Rivista italiana di scienza politica” e visiting Professor alla University of California di Berkeley).

    Politica e costi
    Meno casta più democrazia – SERGIO FABBRINI

    Bene ha fatto Pierangelo Giovanetti a sollevare il problema dei costi della politica democratica. Ancora meglio hanno fatto i consiglieri provinciali del Partito democratico ad accettare la sua proposta di trasferire l’incremento «automatico» della loro indennità in un fondo di solidarietà. Tuttavia, ciò non basta. Occorre fare molto di più. Contrariamente a ciò che pensano alcuni, sono coloro che amano la democrazia, e non i demagoghi, che rivendicano la necessità di istituire una politica sobria ed essenziale. Costoro sanno che la politica serve. E, per questa ragione, vogliono riformarla per salvarla dal disprezzo populista. Abbiamo bisogno della politica. Ma, ancora di più, abbiamo bisogno di una buona politica. L’autonomia istituzionale dovrebbe servire a questo: perseguire la buona politica, a prescindere da ciò che fanno o ci farebbero fare gli altriP er questo motivo, non basta rinunciare ad un incremento, ma occorre avere il coraggio di riformare l’intero sistema dei costi della politica. Spiego perché. In Italia, molto più che in altri Paesi, la politica ha dato vita ad una vera e propria «casta», insediata nella molteplicità di posizioni pubbliche da cui si prendono decisioni rilevanti collettivamente, finanziata dalla spesa pubblica, generosissima nel sostenere economicamente le proprie attività. Se si considerano i paesi con popolazione comparabile all’Italia, le dimensioni ipertrofiche di tale «industria italiana della politica» appiano subito evidenti. Basti pensare che i rimborsi elettorali in Italia (200 milioni di euro, per una popolazione di 58 milioni di abitanti) sono quasi il doppio di quelli che ricevono i partiti in Germania (133 milioni di euro, per una popolazione di 82 milioni di abitanti), sono quasi tre volte superiori a quelli che ricevono i partiti in Francia (73,4 milioni di euro, per una popolazione di 64 milioni di abitanti), sono più di tre volte più alti di quelli che ricevono i partiti in Spagna (60,7 milioni di euro, per una popolazione di 45 milioni di abitanti), sono incomparabilmente più alti di quelli che ricevono i partiti in Gran Bretagna (9,3 milioni di euro, per una popolazione di 60 milioni di abitanti). Se poi si considerano gli Stati Uniti con i loro 302 milioni di abitanti, si vede che i partiti di quel paese ricevono molto meno (149,6 milioni) di ciò che ricevono i nostri partiti. Oppure, sempre considerando paesi con popolazione comparabile a quella italiana, si considerino i compensi mensili lordi in euro dei parlamentari italiani, i quali sono (inspiegabilmente) molto più alti di quelli che ricevono i loro omologhi europei: 15.700 euro (in Italia), 7.600-10.000 (in Gran Bretagna), 7.000 (in Germania), 6.900 (in Francia) e addirittura 3.750-4.650 (in Spagna). O ancora, se si considerano i fondi stanziati per il funzionamento degli organi parlamentari, quelli italiani sono di nuovo incredibilmente più alti di quelli stanziati negli altri paesi europei: l’Italia spende 1.465 milioni di euro l’anno, mentre la Francia ne spende 845 milioni di euro l’anno, la Germania 644 milioni di euro l’anno, la Gran Bretagna 411 milioni di euro l’anno e la Spagna 150 milioni di euro l’anno. C ome se non bastasse, il numero dei parlamentari nazionali italiani è, in rapporto alla popolazione, il più alto d’Europa. In Italia abbiamo un parlamentare ogni 60.371 abitanti, in Francia ogni 66.554 abitanti, in Gran Bretagna ogni 91.824 abitanti, in Germania ogni 112.502 abitanti. Per non parlare degli Stati Uniti, in cui vi è un rappresentante ogni 560.747 abitanti. Questa tendenza a trasformare la politica in un’attività economica è diffusa anche a livello locale e regionale, e non solo a livello nazionale. I partiti locali e regionali sono diventati sempre di più organizzazioni di eletti, piuttosto che di elettori. La riforma del Titolo V della Costituzione (riforma che ha assegnato ai consigli regionali il compito di elaborare i propri statuti e quindi di definire la stessa composizione dei vari consigli) ha portato ad incrementi rilevanti sia del numero di consiglieri che dei loro compensi, in tutte le aree del paese. Su questa base, è plausibile ipotizzare che il federalismo fiscale, se non sarà sottoposto al rispetto di precisi criteri, potrà condurre ad un’ulteriore espansione dei rappresentanti regionali e dei loro compensi. Se si considerano i vari livelli della rappresentanza (da quello europeo a quello delle comunità montane), oggi in Italia vi sono circa 150.000 persone che ricevono un reddito per la loro attività politica. Se poi si considerano anche i vari incarichi e le varie consulenze che dipendono da decisioni politiche, allora si arriva a circa 278.296 persone che lavorano intorno alla politica. Secondo i calcoli in difetto elaborati da due parlamentari in un loro recente studio, in Italia vi sono circa 427.889 persone che vivono di politica, nel senso che derivano da essa la loro principale fonte di sostentamento oppure un’importante integrazione del proprio reddito. Si tratta della più grande industria del Paese, che costa ai cittadini tra i 2 e i 4 miliardi di euro (cifra dalla quale sono esclusi i costi per il funzionamento degli organi governativi e rappresentativi, nazionali e locali, oltre i costi del personale che collabora con i partiti). Insomma, più i partiti si sono indeboliti sul piano elettorale, più si sono radicati sul piano istituzionale. Come stupirsi che ciò abbia prodotto una diffusa sfiducia dei cittadini nei confronti della politica? Non si può non essere preoccupati sulla qualità del nostro sistema democratico. Certamente, la politica richiede una competenza, oltre che una vocazione. E la competenza va riconosciuta. Così, sicuramente, non mancano, tra le persone coinvolte nella politica, coloro che hanno un alto senso delle istituzioni. Tuttavia, la questione da affrontare è un’altra. Riguarda il sistema della politica, prima ancora che le persone coinvolte in quest’ultimo. Tale sistema va riformato a due livelli. In primo luogo, va riformata (radicalmente) la politica rappresentativa. Va posto un tetto alle indennità così da rendere queste ultime commisurate alle condizioni economiche «medie» della società in cui i politici vivono (come avviene nei grandi paesi europei). Coloro che provengono dai ceti medio-alti non possono pretendere, facendo politica, di continuare a ricevere il reddito che ottenevano da imprenditori, magistrati, primari ospedalieri, avvocati, notai, liberi professionisti. N ello stesso tempo, coloro che provengono dai ceti medio-bassi, non possono pensare che la politica costituisce l’occasione per quella ascesa sociale che non sono riusciti a realizzare nella vita civile. Entrambi debbono capire che la politica non è un’attività tra le tante. Infatti, essa è l’unica attività sociale a cui è affidato il compito istituzionale di produrre beni collettivi e non già vantaggi individuali. Naturalmente, occorre considerare la differenza di responsabilità e di impegno che vi è tra la politica rappresentativa e la politica governativa, introducendo le necessarie differenziazioni (nel nostro caso, ad esempio, è privo di giustificazione, a me sembra, che il presidente e i vicepresidenti del consiglio provinciale ricevano la stessa indennità, o quasi, del presidente e del vicepresidente della giunta provinciale). Ma non basta solamente ridurre le indennità, occorre anche ridurre le posizioni rappresentative nei vari organismi centrali e periferici. Così come è del tutto ingiustificato che il parlamento italiano sia composto di 945 persone (più i senatori a vita), ingiustificato è anche l’alto numero di consiglieri circoscrizionali e comunali (e, altrove, provinciali e regionali). In secondo luogo, va riformata (altrettanto radicalmente) la politica amministrativa. È legittimo che i governi o le giunte controllino alcuni enti o organismi amministrativi che sono indispensabili per la realizzazione dei loro programmi. Tuttavia, la maggioranza degli enti e degli organismi controllati dalla politica non assolve alcun ruolo nell’azione di governo. Questi enti ed organismi vengono controllati esclusivamente per ragioni di consenso e per ragioni finanziarie. Servono per sistemare il politico che non è stato eletto, ma anche per ingraziarsi «amici» che potranno essere utili in campagna elettorale. Una riforma radicale della politica amministrativa è facile da realizzare: si rendano pubbliche le competizioni per acquisire certe posizioni, facendo circolare i curriculum vitae, sottoponendo i candidati ad uno scrutinio pubblico. Ecco qual è, o quale dovrebbe essere, il ruolo dei partiti, o almeno dei partiti riformisti, in una democrazia competitiva. Lavorare alle riforme di sistema, definire le grandi strategie, costruire un rapporto con i bisogni e i sentimenti dei cittadini. È questa la buona politica di cui si sente un grande bisogno.
    08/02/2009

  • Commenti recenti

    • Federico Tonini ha scritto

      1

      Caro Michelotto,
      mi sono iscritto alla tua newsletter che trovo molto interessante.
      Ti propongo una collaborazione con il nostro Movimento, il cui sito trovi all’indirizzo di sopra.
      Il mio blog lo trovi al seguente indirizzo
      http://democraziafederale.splinder.com

      Stiamo in questo momento organizzando una coalizione Europea dei Movimenti che hanno come obiettivo la Democrazia Diretta.
      Non ci interessano le teorie dell’ IRI, vogliamo stabilire un collegamento tra Movimenti che perseguono la DD dal basso, ovvero con il coinvolgimento dei Cittadini a partire dal livello del singolo Comune.

      Se interessato puoi seguire il lavoro di preparazione sul blog
      http://theeuropeandemocrat.blogspot.com
      Come potrai vedere le condizioni di adesioni sono le più semplici possibili.
      Lo scopo di questa coalizione è quello di non far andare persi i voti dei democratici Diretti a livello Provinciale, Regionale, Nazionale ed infine Europeo.

      Se come spero ho riscosso il tuo interesse lasciami una e-mail all’indirizzo che ti ho lasciato sopra.
      Un saluto
      Democrazia Federale
      Federico Tonini

      02/9/09 2:27 AM | Comment Link

    • admin ha scritto

      2

      Ciao Federico,
      la mia email è paolochiocciolacittadinirovereto.it

      Per ora tutte le mie energie sono rivolte:

      1. nel comune dove abito, Rovereto (TN) per far in modo che i 4 referendum più democrazia che abbiamo promosso abbiano successo. Se abbiamo successo, e saranno votati quest’anno, tutto ciò potrebbe servire come esempio positivo per altri.

      2. a studiare e a raccontare le forme di democrazia diretta e partecipativa che esistono nel mondo, cercando di invogliare altre persone a fare altrettanto.

      3. cercare di promuovere le stesse tematiche nella mia provincia con strumenti di partecipazione e di democrazia diretta ancora più impegnativi di quelli comunali.

      In questo momento non posso fare di più.

      Ciao,
      Paolo M.

      02/9/09 7:11 PM | Comment Link

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